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Roma, 20 ott – Intanto che a Bruxelles e dintorni si lavora ancora per cercare la quadra (chissà se e quando arriverà) attorno al Recovery Fund, un doppio colpo alla sue speranze di diventare l’architrave dell’Unione Europa del futuro arriva in rapida successione da Spagna e Portogallo. Non più tardi di ieri, infatti, Madrid e Lisbona hanno dichiarato che rinunceranno a parte dei fondi che dovrebbero – il condizionale è d’obbligo, visto che non vi è ancora alcuna certezza sulle tempistiche di erogazione – affluire copiosi (sia detto in senso ironico) dall’Ue.

I prestiti del Recovery Fund? Non ci interessano

Ad aprire le danze è stato il governo spagnolo, il quale ha annunciato che non attiverà una quota-parte dei circa 140 miliardi che le sono stati (sulla carta) assegnati. Più nello specifico, come riporta El País, Madrid sarebbe pronta ad accettare i 70 miliardi a fondo perduto mentre, almeno per il momento, è orientata a rinunciare ad altrettanti che le spetterebbero sotto forma di prestiti. Analogo discorso per quanto riguarda i lusitani.

Tre i motivi che spingono Spagna e Portogallo (il quotidiano parla anche di Italia e Francia che potrebbero accodarsi) verso questa direzione. Il primo è che le erogazioni sotto forma di prestito andranno contabilizzate in un debito pubblico che, per la seconda volta nella storia della nazione iberica, è destinato a causa dell’extradeficit necessario a contrastare gli effetti economici della pandemia a “bucare” di nuovo il 100% del Pil. Il secondo afferisce invece agli acquisti della Bce nell’ambito del programma Pepp, che hanno ridotto sensibilmente gli interessi sui Titoli di Stato: così come per l’Italia, anche a Madrid i rendimenti sono calati in maniera notevole, finendo in territorio negativo sulle scadenze fino a 8 anni e con i Bonos a più lunga scadenza ai minimi storici. Che bisogno c’è, insomma, di indebitarsi con l’Ue nel momento in cui basta la Banca centrale europea che, almeno per i prossimi mesi (se non addirittura oltre), continuerà a pompare liquidità?

Chi ha già provato i “salvataggi” Ue ne sta alla larga

Ultimo, ma non per ultimo, il governo madrileno non ha nascosto i dubbi per quelle che possono essere le condizioni – o condizionalità che dir si voglia – legate al Recovery Fund. Parliamo d’altronde – e qui Spagna e Portogallo condividono un pezzo di storia in comune – di due nazioni che già hanno avuto a che fare con i sistemi di “salvataggio” comunitari, il primo via Mes e il secondo tramite il suo predecessore Efsf. Uscendone con le ossa rotte. Due numeri su tutti: dopo aver superato il 25% di disoccupazione la Spagna non ha mai recuperato i livelli precedenti, cosa invece accaduta al Portogallo ma al prezzo di una riduzione di quasi il 3% della propria popolazione.

Non sorprende allora – spiega sempre El País (qui una traduzione di alcuni passaggi-chiave) – che “la nebbiosa condizionalità legata ai fondi continui ad essere un elemento di dissuasone, così come il sospetto che prima o dopo Bruxelles tornerà a chiedere aggiustamenti alle nazioni con un debito alle stelle (e in tutta l’area sud l’indebitamento pubblico si colloca al di sopra del 100% del Pil)”. Il riferimento è ai meccanismi che vorrebbero legare le risorse del Recovery Fund, fra le altre cose, alle Raccomandazioni specifiche per Paese, quelle che per l’Italia parlavano ad esempio di riduzione della spesa pubblica, ripristino integrale della Legge Fornero, riforma del catasto (alias reintroduzione dell’Imu) e via dicendo.

Filippo Burla

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