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Roma, 6 mar – Mancano ancora all’appello i dati sul contagio del coronavirus di America latina ed Africa, e a quel punto tra 7-10 giorno l’Oms sarà pronta a pronunciare la parola che fino ad ora nessuno voleva sentire: pandemia.  Gli Stati maggiormente colpiti dovranno predisporsi al fatidico “passo indietro” e mettere in atto le disposizioni dell’Organizzazione mondiale della sanità per contrastare il dilagare del virus.

Contagio inevitabile

Le misure – propedeutiche al minimizzarne l’impatto e non più utili a bloccare la diffusione del virus – comprendono lo stop delle attività produttive e i limiti alla circolazione, anche via terra, e che potrebbero riguardare, tra i primi, proprio l’Italia, il terzo Paese maggiormente colpito dopo Cina e Corea del Nord. Il primo ad utilizzare il termine «pandemia» è stato il ministro della Salute tedesco, ma ormai anche l’Oms si dice prossima all’utilizzo della terminologia essendo ormai quasi alla «fase sei» del contagio, equivalente al «periodo pandemico», che viene ormai ritenuto inevitabile, inarrestabile: la strategia messa in atto servirebbe ad impedire ulteriori picchi di trasmissione della malattia, che creerebbero problemi di «smaltimento» da parte dei servizi sanitari nazionali.

Riduzione del danno

«Il tempo di avere dati consolidati anche dall’Africa e dall’America Latina», spiega Walter Ricciardi, dell’executive board dell’organizzazione, e la parola verrà pronunciata. Attualmente per l’Oms ci troviamo comunque nella fase 5, quella di «allerta pandemica»,  quando cioè si può ancora isolare una persona infetta per poi tracciare e mettere in quarantena le persone con le quali è stata in contatto. «Ma stiamo già passando alla fase successiva di “mitigazione”, ossia quella di riduzione del danno visto che non posso più bloccare la diffusione del virus», spiega Ricciardi.

Operatori in loco

«Con la dichiarazione dello stato pandemico l’Oms può mandare i suoi operatori in loco, come fanno i caschi blu dell’Onu»; inoltre, «può chiedere ai singoli Paesi di adottare misure di mitigamento, come il fermo di alcune attività o dei trasporti anche via terra». Un obbligo vero non sussiste, «ma il non rispetto delle disposizioni equivarrebbe alla mancata applicazione di norme internazionali, che implica l’applicazione di sanzioni».

I vertici dell’Organizzazione non hanno in mente un’unica strategia «ma ad una agilità di approccio come quella che abbiamo visto in Cina, dove a Wuahn si sono adottate misure di mitigazione, mentre nelle altre aree del Paese si è adottata una strategia di contenimento», spiega Bruce Aylward, assistente del direttore generale dell’Oms. Ora si attende il responso da Africa e America Latina.
Cristina Gauri

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