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Roma, 12 nov – L’epidemia di coronavirus e le misure restrittive del governo giallofucsia sono un mix fatale per la sopravvivenza delle piccole e medie imprese, che nel 2021 rischiano la chiusura in 460 mila. Stiamo parlando delle Pmi “con meno di 10 addetti e sotto i 500 mila euro di fatturato“, ossia l’11,5% del totale. In gioco c’è un giro d’affari di “80 miliardi e quasi un milione di posti di lavoro“. A lanciare l’allarme è il Barometro Censis-commercialisti sull’andamento dell’economia.

Lockdown potrebbe far sparire il doppio delle Pmi morte tra il 2008 e il 2019

Secondo il rapporto, realizzato in collaborazione con il Consiglio nazionale dei commercialisti e degli esperti contabili, gli effetti del lockdown potrebbero far sparire il doppio delle microimprese che sono morte tra il 2008 e il 2019, a seguito della crisi economica. “Sarebbe un doloroso addio ai nostri piccoli imprenditori vittime di una strage annunciata, con gravi ricadute sulla crescita: è in pericolo il meglio del motore antico del modello di sviluppo italiano“, si legge in una nota del Censis, che pone in risalto come il cuore del sistema Paese siano le aziende più piccole, spesso a conduzione familiare.

Il 29% dei commercialisti coinvolti nella ricerca rileva che più della metà delle microimprese clienti ha almeno dimezzato il proprio fatturato. Sono quindi 370 mila le piccole imprese che hanno subito un crollo di più della metà dei ricavi. Inoltre, il 32,5% dei commercialisti registra in oltre la metà della clientela una perdita di liquidità superiore al 50% nell’ultimo anno. Sono numeri preoccupanti: ben 415 mila piccole imprese che oggi dispongono di meno della metà della liquidità di un anno fa.

Le “mancette” del governo giallofucsia non aiutano a sopravvivere

E in un quadro così allarmante, le “mancette” del governo giallofucsia non aiutano a sopravvivere. Soltanto il 45,2% dei commercialisti giudica positivamente il sostegno alle imprese – moratoria sui moti e garanzie statali sui prestiti -, bocciato invece dal 34%. Gli aiuti al lavoro, ossia il blocco dei licenziamenti e il ricorso alla cassa integrazione in deroga, sono promossi da ancora meno commercialisti, il 43,4%, e bocciati dal 34,9%. Il sostegno alle famiglie (bonus babysitter, congedi parentali, reddito di emergenza) ha convinto soltanto il 36,6% dei commercialisti, mentre il 37,5% ne dà un giudizio negativo. La sospensione dei versamenti fiscali e contributivi per le imprese più penalizzate è bocciato dal 46,9%. I commercialisti concordano che le misure messe in campo dal governo Conte siano insufficienti.

I commercialisti bocciano la burocrazia e chiedono aiuti più consistenti

Per evitare che molte piccole imprese chiudano i battenti, secondo i commercialisti bisogna intervenire agendo su quello che non ha funzionato. Il 79,9% di loro chiedere maggiore chiarezza nei testi normativi, il 76,7% chiede tempestività nei chiarimenti sulle prassi amministrative, il 70,7% auspica molti meno adempimenti, il 67,2% una migliore distribuzione delle risorse pubbliche tra i beneficiari, il 61,1% una più efficace combinazione delle misure adottate, il 58,4% un taglio netto dei tempi necessari per l’effettiva erogazione degli aiuti economici. Insomma la stragrande maggioranza punta il dito contro le lungaggini e le inutili complicazioni della burocrazia. Mentre uno su due (il 49,9%) ritiene necessari stanziamenti economici più consistenti. Sempre che arrivino tempestivamente, cosa che ancora non accade. Nonostante l’emergenza.

I commercialisti infine non sono molto ottimisti circa il futuro. Per il 41% bisogna essere pronti a tutto perché tutto può succedere. Il 27,6% sottolinea l’ansia sempre più diffusa nella popolazione sul fronte dell’epidemia. Per il 40,7% dei commercialisti ci vorrà molto tempo per uscire dalla crisi, il 26,9% ritiene che occorre adattarsi subito alle nuove condizioni o non ci sarà crescita, il 24,2% pensa che molti settori vitali siano in difficoltà vista l’inefficacia delle politiche di sostegno del governo.

Adolfo Spezzaferro

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