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Roma, 29 ott – “Il mandato era questo, costruire un percorso dove raccogliere idee per una prospettiva e preparare il Pd a una nuova battaglia”. Così, mestamente in sordina, Maurizio Martina annuncia le dimissioni da segretario dem, dando il via all’iter per il congresso.
Fissata la prima tappa del percorso: l’assemblea nazionale si terrà l’11 novembre. Poi partirà la corsa alle primarie. Il favorito resta l’attuale presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti.
“Costruiremo – ha detto Martina, che verrà ricordato per essere il segretario Pd che nessuno ricorderà – una proposta popolare, democratica, europeista, progressista e batteremo in Italia il mostro che si aggira per l’Europa e che vuole rovinare il nostro futuro“. Parole che sfiorano il ridicolo, nonostante la soporifera seriosità di chi le pronuncia, visto che i dem sono a rischio estinzione.
Se scendiamo sotto il 15% il partito è finito“. E’ l’allarme lanciato dal filosofo prestato alla politica Massimo Cacciari, molto più lucido di Martina e compagni. L’ex sindaco di Venezia inoltre boccia come “irrealistico” e quindi “dannoso” il listone unico alle prossime elezioni europee.
Tra i sostenitori del listone aperto, invece, figura l’ex ministro Dario Fanceschini, che parla di Zingaretti come unico in grado di unire le diverse anime dem.
Più in generale, poi, ci sono i renziani, che non vedono di buon occhio la possibilità di andare al congresso prima delle elezioni di maggio 2019. Il capogruppo al Senato, Andrea Marcucci, in merito è stato chiaro: “Il congresso forse dovevamo farlo prima e non mi straccerei le vesti se dovesse essere spostato a dopo le elezioni europee. Farlo all’inizio del 2019 rischia di coincidere con il periodo peggiore, alle porte di elezioni europee ed amministrative delicatissime. Quindi pensiamoci bene. Abbiamo bisogno di arrivare alle elezioni particolarmente preparati, a maggio le europee saranno davvero determinanti”.
Inoltre, tanto per cambiare, i dem sono divisi. Anche sull’ipotesi di affiancare l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti – almeno per salvare la faccia – a Zingaretti, che ha “opzionato” il partito da tempo. Ma sono divisi anche sulla possibilità di cambiare o meno il nome del partito.
Come se non bastasse, infine, non è esclusa la scissione dei renziani.
“Trovo insopportabile che chi ha condiviso tutto del governo Renzi oggi mi spieghi i gravi errori che ha fatto. Nessuna abiura, ma discontinuità sì”…, ha detto Gianni Cuperlo, definendo l’ex premier un “fantasma” che ha devastato il partito.
Dal canto suo, Matteo Renzi, come è noto, è contrario a una virata a sinistra del Pd ma se un eventuale suo progetto extra-Nazareno dovesse prendere forma, ci vorrà tempo.
Insomma, per il Pd saranno (ancora più) giorni difficili, e il viale del tramonto si avvicina sempre di più.
Adolfo Spezzaferro

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