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Novi Ligure, 29 set – Il destino dei dipendenti della Pernigotti torna ad essere appeso ad un filo. È notizia di questi giorni che la proprietà turca della storica azienda dolciaria alessandrina ha comunicato alla cooperativa torinese Spes il recesso dal contratto preliminare per la cessione del comparto cioccolato-torrone. Tutto è avvenuto a tre giorni dalla scadenza prevista per la firma dei contratti che dovevano rilanciare lo storico stabilimento di Novi Ligure.



La crisi della Pernigotti

Per comprendere quanto è avvenuto è necessario fare un passo indietro. L’azienda negli anni ottanta e soprattutto negli anni novanta vive un momento di grande crisi. La famiglia Pernigotti cede prima la Sperlari agli americani della H.J. Heinz Company. Poi l’intera azienda passa nelle mani della famiglia Averna. Nel 2013 lo storico marchio novese finisce nelle mani dei turchi della famiglia Toksöz.

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I nuovi acquirenti riescono a bruciare una storica eccellenza italiana (l’azienda fu fondata da Stefano Giuseppe Pernigotti nel 1860) in soli 5 anni. In quel lustro la gestione fu pessima. A detta dei rappresentanti dei lavoratori: “Appena arrivata, la nuova proprietà aveva promesso il rilancio affiancando nuove produzioni ai dolci per le ricorrenze. Invece la Pernigotti ha sempre chiuso in perdita, con un continuo avvicendamento di amministratori delegati e di piani industriali”.

Pertanto, nessuno si può meravigliare se nel 2018 Il gruppo turco Toksöz, tramite il suo legale, annuncia ai sindacati la chiusura dello stabilimento di Novi Ligure. Fu una vera e propria doccia gelata per i dipendenti. A rischiare il posto di lavoro cento persone sui quasi 200 dipendenti dell’impresa sparsi tra la fabbrica novese e gli uffici di Milano. I turchi volevano smantellare la parte produttiva mantenendo il marchio e la rete commerciale dei piemontesi. In pratica prodotti fatti in Turchia potevano essere venduti facendo leva sulla forza del marchio italiano. Il clamore mediatico di questa vicenda fece desistere il gruppo Toksöz dalle sue intenzioni. Almeno per il momento.

Cosa prevedeva l’accordo

E veniamo ai giorni nostri. Lo scorso agosto Luigi Di Maio riesce a strappare un accordo al gruppo asiatico. L’ex ministro del Lavoro annunciò che non ci sarebbero stati esuberi: “Chi lavora per un marchio e lo rende grande nel mondo non può essere licenziato. I dipendenti continueranno a lavorare tutti, sia per la Pernigotti che per altri marchi, così possono aumentare anche i posti di lavoro”.

L’intesa si basava su due accordi. Il primo per la cessione del marchio “Maestri gelatieri” e per le relative strutture commerciali (21 dipendenti) e produttive (15) con inizio produzione dal 1 ottobre 2019. Il secondo prevede(va) la reindustrializzazione della produzione di cioccolato e torrone. Secondo fonti vicine ai sindacati potrebbe toccare ad un unico soggetto aziendale (una newco) la gestione dell’attività produttiva Novi. Il grande successo del ministro Di Maio dopo solo un mese si è rivelato un flop. Vediamo perché.

Nessun lieto fine

Il piano di salvataggio fortemente sostenuto dal Mise sembrava andare avanti spedito. Tuttavia non mancavano i cattivi presagi. Era saltato l’incontro tra la proprietà turca e l’imprenditore Giordano Emendatori. Stessa sorte per anche l’accordo che avrebbe dovuto permettere il salvataggio del ramo aziendale che produce gelati.

“Avevamo capito, pur non ricevendo nessuna informazione ufficiale, che l’accordo tra Emendatori e Pernigotti fosse gravemente compromesso – ha dichiarato all’agenzia Ansa il presidente della cooperativa Spes, Antonio Di Donna – ma speravamo che si trovasse una soluzione e che comunque l’accordo tra Pernigotti e Spes, non avendo evidenziato criticità, si potesse chiudere nel rispetto degli impegni sottoscritti”.

Oggi l’azienda di Novi Ligure si trova nuovamente in una situazione di stallo non potendo riavviare la ripartenza la produzione scongiurando l’esubero dei dipendenti. La Pernigotti ha rescisso il contratto preliminare con la Spes di Torino a pochi giorni dal 30 settembre, giorno fissato per la firma del definitivo. Ciò significa che tutta l’operazione di reindustrializzazione, stando a quanto sostiene la cooperativa sociale torinese interessata a produrre cioccolato per conto dei fratelli Toksoz, è saltata. Da un punto di vista occupazionale rischiano il posto di lavoro circa un centinaio di dipendenti.

Non è, però, solo questo il problema. Secondo il presidente di Coldiretti Ettore Prandini “la crisi di Pernigotti è il risultato del circolo vizioso della delocalizzazione del made in Italy”. Purtroppo anche in questo caso la difesa dell’interesse nazionale è stata sacrificata nel nome del libero mercato con la grave complicità della nostra classe dirigente.

Salvatore Recupero

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