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Seconda e ultima parte dell’approfondimento storico sulla vicenda di Tebaldo Brusato. Qui la prima parte



Roma, 29 set – Enrico VII avrebbe potuto badare a questioni di rilievo ben maggiore rispetto alle rivolte delle città padane, seguendo il duro avvertimento ricevuto sempre da Dante Alighieri in una lettera speditagli il 17 aprile: «Quid, preses unice mundi, peregisse preconicis cum cervicem Cremone deflexeris contumacis? Nonne tunc vel Brixie vel Papie rabies inopina turgescet?» (“Che cosa, o signore unico del mondo, credi di ottenere facendo piegare il collo alla ribelle Cremona? Forse che allora non proromperà inaspettato il furore di Brescia o di Pavia?” Dante Alighieri, Epistola VII). Ma tant’è: il re tedesco percepisce lesa la propria maestà, nutre forse un forte desiderio di mostrare i muscoli reprimendo alcune ribellioni come esempio dissuasore, è ansioso di indossare la veste del giudice giusto e inflessibile, magnanimo con coloro che lo accettano, impietoso con coloro che lo respingono.

E siamo così tornati a quel 19 giugno 1311, a un mese dall’inizio dell’assedio, sui Ronchi bresciani subito oltre il colle Cidneo. Tebaldo Brusato, Signore guelfo di Brescia ribelle all’Imperatore, è intento a verificare alcune fortificazioni poste a resistenza dell’esercito germanico, quando un manipolo di imperiali gli tende un’imboscata. Catturato, viene trascinato al cospetto di Enrico VII che, felice per la sua cattura, lo intima di convincere i bresciani a capitolare. Lo storico locale Jacopo Malvezzi riferisce la risposta di Tebaldo Brusato:

«Impara a conoscere, o imperatore, l’animo dei bresciani; infatti, anche se tu avessi qui prigionieri oltre a me tutti i nobili della città, il popolo continuerebbe audacemente la sua ribellione, perché ognuno ritiene che tu morirai prima di avere in questa città, per qualche tempo, la tua dimora».

Enrico, sprezzante, lo obbliga a scrivere una lettera alla città con cui invitare il popolo ad arrendersi alla sua maestà. Tebaldo scrive sì, ma non quanto richiesto: afferrata la lettera, Enrico vi legge un’esortazione ai bresciani di difendere con le armi la libertà della propria patria. La reazione dell’Imperatore a tanto oltraggio spietata: il prigioniero viene giudicato, seduta stante, colpevole di tradimento e condannato a morte. Il giorno dopo, 20 giugno, Tebaldo Brusato viene portato davanti agli spalti di Brescia e, sotto gli occhi dei cittadini impotenti, il suo corpo viene prima trascinato a terra dai cavalli, poi squartato, le interiora vengono bruciate, la testa e il resto delle membra infilzate su pali al cospetto della città assediata.

I bresciani, che già avevano contrastato gli assalti imperiali durante il primo mese di assedio, reagiscono violentemente alla barbara uccisione di Tebaldo Brusato. Per prima cosa, conducono agli spalti della città tutti i prigionieri di guerra catturati nelle settimane precedenti e, legati loro mani e piedi, con un laccio al collo li impiccano uno di fila all’altro a penzoloni dalle mura, proprio di fronte agli occhi di Enrico VII, il cui ghigno per il massacro appena compiuto dovette passare presto. Sei giorni dopo, organizzano una furiosa incursione notturna nel campo imperiale, durante la quale la maggior parte delle macchine da guerra viene incendiata. Due nobili di Enrico VII rimangono uccisi e altri tre catturati: a questi ultimi vengono tagliati i piedi, le mani, il naso e le orecchie, infine vengono decapitati e le membra nuovamente appese fuori dalle mura, di fronte alle tende dell’Imperatore. Anche due grandi vessilli imperiali, catturati durante il medesimo combattimento, vengono prima trascinati nel fango lungo le vie di Brescia e infine appesi capovolti alle mura, con l’aquila tedesca a testa in giù. Durante altri scontri nel mese di luglio, invece, rimane ucciso dalle frecce bresciane il principe Valeriano di Lussemburgo, illustre e amato fratello dell’Imperatore.

La feroce, violentissima resistenza bresciana instillata dall’esecuzione di Tebaldo Brusato, certo non prevista dall’Imperatore, si aggrava il 2 agosto in occasione di un’inaspettata incursione imperiale nel territorio di Sale, oggi Sale Marasino, sul lago d’Iseo: i germanici e i loro alleati, arrivati per sottomettere le sponde del lago bresciano, vengono letteralmente trucidati dagli abitanti di quelle zone, infiammando il cuore di Enrico VII di odio sempre più smisurato verso Brescia.

Serve un intervento delle autorità ecclesiastiche per mettere fine all’assedio della cittadina lombarda che, giorno dopo giorno, stava umiliando sempre più il re del Sacro Romano Impero, davanti ai suoi stessi occhi: il 5 settembre, il cardinale Luca Fieschi e il patriarca di Aquileia Ottobuono di Razzi, al seguito dell’Imperatore ma in buoni rapporti con i guelfi di Brescia e con la famiglia del defunto Tebaldo Brusato, ottengono l’accesso alla città per negoziare i termini della pace con Enrico VII. Ai due prelati servono un paio di settimane per portare a termine le trattative, da una parte invitando i bresciani, ormai ridotti alla fame, ad accogliere le richieste dell’Imperatore, dall’altra persuadendo quest’ultimo a non sfogare le sue ire sulla città.

Enrico VII, prima di entrare finalmente in Brescia il 24 settembre 1311 con tutto il suo seguito, riesce comunque a vendicare le offese subite: non passa attraverso la porta urbica, bensì la fa abbattere assieme a un lungo tratto di mura per poi attraversarne le rovine, giurando inoltre di mozzare il naso a tutte le statue della città a perenne monito e infine pretendendo dai bresciani un’enorme somma in monete d’oro. Le cronache ci hanno tramandato varie versioni di questo bizzarro giuramento, forse l’aspetto più fantasioso dell’intera vicenda: fatto sta che il Mostasù dèle Cosére, antico faccione in pietra senza naso all’angolo tra corso Garibaldi e contrada delle Cossere, sembra rechi proprio il segno del passaggio dell’Imperatore.

A Tebaldo Brusato, sommo eroe della patria bresciana, morto atrocemente per l’onore della città, è dedicata una famosa piazza nel centro di Brescia, anche se i cittadini conoscono a malapena le vicende nascoste dietro al suo nome. Al contrario, ogni volta che transitiamo per piazza Tebaldo Brusato, dovrebbero venirci a memoria gli echi di un Medioevo in cui i bresciani, messi alle strette da un nemico intenzionato a sottometterli, ne appesero alle mura i prigionieri e i vessilli rovesciati. Senza mai dimenticare il monito di Tebaldo: «Impara a conoscere, o imperatore, l’animo dei Bresciani».

Roberto Panchieri

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1 commento

  1. Grandissimi Bresciani ! Mi ricordo una bellissima ragazza di Brescia, che conobbi alla Fiera di Milano. (ero giovane) Minuta, elegante ed aggraziata, ma dietro allo sguardo di un verde intenso, celava la forza spietata di un Felino Selvaggio… Una vera e propria Leonessa ! Altroche !

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