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Almaviva Palermo: solo la cassa integrazione evita 1.600 esuberi

by Salvatore Recupero
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Palermo, 29 set – Niente licenziamenti per Almaviva Palermo. Almeno per il momento. L’intesa prevede che venga prorogata la solidarietà al 35%, per i prossimi quattro mesi. Non si tratta dunque di una vittoria ma di una tregua. Probabilmente, i lavoratori siciliani ben presto saliranno di nuovo sulle montagne russe di una contrattazione infinita.

Call center: un triste copione che si ripete

I dipendenti di Almaviva Palermo per il momento possono tirare un sospiro di sollievo. Circa due mesi fa, infatti, l’azienda aveva dichiarato 1.600 esuberi (su un totale di 2.800 lavoratori). Per i prossimi quattro mesi, nonostante le paghe decurtate, possono tirare a campare.

Ma poi cosa succederà? Probabilmente torneranno tutti al tavolo del ministero dello Sviluppo Economico per cercare nuove soluzioni. Un tira e molla infinito. Se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno. Stavolta, i sindacati hanno ottenuto qualcosa di più di una proroga di un “ammortizzatore sociale”. Il ministro del Lavoro ha annunciato la convocazione di un tavolo per i problemi del settore delle telecomunicazioni già per metà ottobre. Da questo tavolo dovranno giungere, soprattutto da parte dei committenti, le adeguate risposte che questo settore attende da anni”.

Così dichiara Luigi Le Pera della Segreteria Nazionale dell’UGL Telecomunicazioni, al termine dell’incontro presso il ministero del Lavoro, alla presenza dei ministri Nunzia Cataldo (Lavoro) e Giuseppe Provenzano (Sud), al fine di trovare una risposta alla vertenza.

“Durante la discussione – spiega Le Pera – è emersa la necessità di trovare delle risposte strutturali all’intero settore in cui alcune dinamiche negative continuano ad essere presenti, come la delocalizzazione del lavoro all’estero. È necessario che alcuni strumenti costruiti per la sostenibilità del settore, come la clausola sociale, siano accompagnati da un senso di responsabilità sociale messo in atto da tutti i committenti sia pubblici che privati”. Vedremo come andrà a finire.

La clausola sociale come argine alla precarietà

Questo è un settore particolarmente delicato. I contact center, come spesso si è detto, vivono grazie alle commesse di grandi corporate che esternalizzano alcune attività presso altre aziende. Il meccanismo è sempre quello del massimo ribasso. Molte multinazionali affidano ai call center il servizio clienti. In questo caso, l’unica leva su cui poter competere è il costo del lavoro. Le gare si ripetono a scadenza annuale. Non sempre c’è un solo vincitore. Spesso, infatti, i grandi committenti puntano su due o tre aziende che faranno a gara per mantenere i prezzi più bassi. Per frenare questa selezione darwiniana è stato raggiunto un Accordo interconfederale (30 maggio 2016) tra le associazioni sindacali e le rappresentanze aziendali per l’applicazione della clausola sociale.

L’art. 4 dell’Accordo prevede che si possano verificare due casi: il subentro nell’appalto con mantenimento delle medesime condizioni di lavoro per il personale dell’impresa fornitrice uscente, che però risulti essere stato addetto alle attività di call center oggetto di trasferimento in via continuativa ed esclusiva negli ultimi sei mesi; subentro nell’appalto con possibilità di modifica delle condizioni di lavoro e con possibilità di concordare le tempistiche per l’assorbimento del personale. In pratica, se un grosso committente decide di affidare il servizio clienti ad un’altra azienda quest’ultima deve o dovrebbe assumere il personale dell’azienda che ha perso la gara d’appalto. Tutto ciò deve avvenire senza intaccare i diritti dei lavoratori.

Un “ostacolo” troppo facile da scavalcare per le aziende che delocalizzano in paesi come la Romania e l’Albania dove la manodopera è a basso costo.  Queste pratiche scorrette portano con sé ulteriori problemi per i lavoratori e gli utenti. Come sottolinea il segretario nazionale Ugl Telcomunicazioni Stefano Conti: “la delocalizzazione porta con sé un problema ulteriore mai risolto appieno, quello della certezza del rispetto della privacy degli utenti, i cui dati sensibili vengono gestiti in call center situati in Paesi extra UE, ragione in più per procedere al rientro in Italia di attività gestite all’estero e non vincolate dai Trattati europei”.

Non solo call center: il caso di autostrade

La questione della clausola sociale non riguarda solo i call center ma anche le autostrade. Un settore quest’ultimo che l’Italia ha deciso di affidare ai privati. Anche qui le tensioni tra datori di lavoro e maestranze non mancano. È previsto, infatti, uno sciopero il 13 e il 14 ottobre. Secondo i sindacati il negoziato si è interrotto per il rifiuto di alcune delle società concessionarie di concordare con i rappresentanti dei lavoratori la cosiddetta “clausola sociale”.

Secondo Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti, Sla Cisal e Ugl, la clausola sociale “rappresenta un fattore indispensabile e fondamentale per dare garanzia e tutela a tutti i dipendenti del settore, al fine di garantire la continuità occupazionale, l’applicazione del Ccnl di settore, il mantenimento di tutti i trattamenti economici e normativi, in un momento di grande cambiamento che investe l’intero arco delle concessioni autostradali”.

Da Almaviva Palermo alle concessionarie di Autostrade, il risultato non cambia. L’esternalizzazione sia nel pubblico che nel privato genera precariato e sprechi di risorse pubbliche.

Salvatore Recupero

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Telecomunicazioni, fatturato in calo: nel 2018 persi 1700 posti di lavoro 31 Gennaio 2020 - 10:51

[…] vari big delle tlc si sono state chiamate al ministero dello Sviluppo Economico solo in presenza di vertenze sindacali. In cui si scaricavano sui lavoratori e sui contribuenti i costi del cosiddetto efficientamento. La […]

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