Roma, 17 lug – La Francia ha vinto il Mondiale perché, in assoluto, si è dimostrata la nazionale più forte in Russia. Non quella che ha giocato meglio o che ha fatto vedere un calcio moderno e innovativo. No: semplicemente la più forte. E con una fisiologica convergenza di fattori che serve sempre per trionfare, come la fortuna nei momenti di grande difficoltà-specie in avvio di girone- o qualche interpretazione arbitrale indulgente. La formazione di Dalic, insieme a quella belga è invece quella che ha prodotto il calcio migliore: offensivo e armonico. Ma la Francia era di gran lunga la più forte: una nazionale che si permette di non convocare per ragioni disciplinari e di scarso feeling uno come Benzema, è già un passo avanti alle altre. Se poi lascia fuori dai 23 anche un talento purissimo come Rabiot, probabilmente il miglior centrocampista offensivo d’Europa del ’95 che non se l’è sentita di restare a disposizione facendo infuriare ct e Federazione  e Lacazette, l’attaccante dell’Arsenal e non di una squadretta qualunque, allora ha già vinto in partenza. Si parlava tanto bene del Brasile, anche chi scrive l’aveva messa favorita per la vittoria finale. Solo che, strada facendo, si è scoperto che la coperta dei brasiliani di Tite era molto corta: infortunatisi Marcelo e Danilo, i sostituti, Filipe Luis e Fagner non si sono dimostrati all’altezza.

I GIOVANI E IL PROGETTO CLAIREFONTAINE – La Francia di Deschamps, un allenatore normale che ha fatto il suo, sfruttando semplicemente le caratteristiche dei giocatori a disposizione (se hai davanti un velocista come Mbappè, ovvio che giochi coperto e poi riparti veloce) e, come abbiamo visto, ha allontanato i facinorosi,  ha avuto anche il merito di arrivare in fondo con la squadra più giovane, insieme all’Inghilterra. Giocare, valorizzare e vincere con i giovani, non è un semplice constatazione, ma l’esaltazione assoluta di un progetto che ha radici nel lavoro e nella cultura del calcio francese; i due difensori esterni, Pavard e Lucas Hernandes, sono del ’96; il fenomenale Mbappe è nato addirittura nel 1998. La chiave della Rivoluzione francese è custodita a 57 chilometri dalle Torre Eiffel.

Lì, a Clairefontaine, la Federcalcio transalpina ha stabilito il proprio quartier generale alla fine degli anni ’80. Poi, su una superficie di partenza di 56 ettari, con strutture all’avanguardia ha eretto e continuato a rinnovare la prima Academy d’eccellenza del Paese, dove entrano , giocano e studiano i migliori giovani a partire dai 13 anni. Per non allontanarli troppo dalle famiglie, nel tempo hanno costruito altri centri simili strategicamente diffusi in tutto il Paese. Hanno sotto contratto i migliori allenatori dei settori giovanili e, a differenza di quello che succede nel calcio italiano, li pagano bene e li vincolano con contratti pluriennali. Regole di merito, nella disciplina e nello studio, fanno il resto. Alla base della Piramide del Progetto c’è sicuramente il Ministero dello Sport e dell’Istruzione che eroga fondi alle scuole calcio private e stabilisce un numero consistente di ore nelle scuole per far crescere i ragazzi.  C’è poi un altro aspetto che fa la differenza rispetto all’Italia e ad altri Paesi europei: in Francia, se un giovane è bravo a 16, 17, 18 anni, gioca nei professionisti. Punto e basta. Per capirci, da noi, alcuni ragazzi vengono fermati per 3 anni, quindi anche da fuoriquota nelle formazioni Primavera.

MULTIETNIE E MATERIALE UMANO INFINITO- Certo che però non bisogna nascondersi dietro un dito ma fotografare con chiarezza la realtà: giocare oggi contro una qualsiasi nazionale francese è come partire sempre e comunque con un handicap fortissimo nel materiale umano a disposizione. Un po’ come fare una gara in auto contro chi ha il doppio o il triplo della tua cilindrata. Perché, con i figli degli immigrati di seconda o terza generazione, con alle spalle un serbatoio smisurato per numero di Paesi colonizzati nella storia e con i Dipartimenti D’Oltremare a disposizione, l’offerta di giocatori supera di gran lunga la domanda e la scelta, nei numeri, nelle qualità fisiche e individuali, è fin troppo facile. Certo, se non ci fosse dietro il lavoro lungimirante della Federazione, tutto probabilmente finirebbe in un grande caos. Ma negli ultimi anni, i vertici calcistici hanno aperto due centri di eccellenza anche in Guadalupa nei Caraibi e a La Reunion nell’Oceano Indiano.

Questa Francia, per capirci, ancora di più di quella campione del Mondo nel ’98 con Thuram, originario della Guadalupa, Zidane dell’Algeria e Karambeu della Nuova Caledonia, per citarne qualcuno,  ha pescato in un mare ancora più vasto: Mbappè ha mamma algerina e padre del Camerun; Matuidi è figlio di congolese e angolano; nel 2007, le due federazioni africane si fecero la guerra per tesserarlo, ma lo juventino preferì aspettare la chiamata della Francia. Pogba ha due fratelli che giocano nella Guinea Conakry; N’Zonzi è congolese ma non ha mai risposto alla chiamata del Paese di origine del padre; Kimpembe ha giocato fino a 17 anni nella nazionale della Repubblica democratica del Congo; questo, solo per fare qualche esempio. Insomma, un Melting Pot di etnie dalla miscela di una qualità di prim’ordine, con la maggior parte dei giocatori che, ovviamente, per prestigio ed interessi economici, hanno scelto la nazionale del Paese di adozione. A questo punto, si capisce come, su altre basi sociologiche e demografiche e con un Paese di soli 4 milioni e mezzo di abitanti alle spalle, la Croazia, sconfitta in finale, abbia compiuto comunque un’Impresa Mondiale.

Paolo Bargiggia

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  1. L’Italia è l’unica superpotenza del calcio a non avere ancora strutturato la propria federazione sul territorio; solo da un paio di anni sono stati inaugurati i primi centri tecnici territoriali, che tuttavia sono ancora ad uno stadio poco più avanzato di “giochi senza frontiere”. È davvero criminoso che i settori di punta della nazione (come il calcio) vengano spesso fatti deperire per disinteresse, mancanza di amor (in senso latino) e incapacità varie.
    Secondo me, dovremmo impegnarci tutti, sportivamente, politicamente e culturalmente, ognuno per il suo, per permettere all’Italia di recuperare questo gap sportivo ed in particolare calcistico nei confronti delle altre potenze planetarie.

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