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giulio regeni3Roma, 15 feb – Nelle ore convulse che hanno segnato la scomparsa di Giulio Regeni, al Cairo, e prima che venisse scoperto il corpo del ragazzo, dagli inquirenti era giunta una descrizione rassicurante del ricercatore, anche per ovvie esigenze legate alla sua possibile salvezza: Giulio, si diceva, è uno studioso, sta in Egitto per preparare la sua tesi, non fa politica, è un uomo di scienza. Dopo il tragico ritrovamento del cadavere, si è cominciato a capire che gli interessi di Regeni in Egitto non erano solo scientifici. Giulio, infatti, faceva politica. Era in contatto con i membri delle opposizioni, seguiva i sindacati, partecipava agli scioperi, e di tutto questo rendeva conto al quotidiano italiano Il Manifesto, non è ancora chiaro in che termini (la famiglia ha smentito la collaborazione, il giornale l’ha confermata). Ora il quadro si complica ulteriormente.



Regeni, infatti, faceva dei report sulle opposizioni egiziane per l’università di Cambridge e per l’American University. Leggiamo su Repubblica: “Si scopre, ad esempio, come ha per altro riferito nella sua testimonianza alla Procura di Roma la professoressa Maha Abdelrahman, che di Giulio era la tutor, che il lavoro di ricerca di Regeni, per giunta proprio dopo l’assemblea dell’11 dicembre, aveva cambiato il suo ‘format’. Non più una semplice ricognizione analitica e su ‘fonti aperte’ dei movimenti sindacali, ma una ‘ricerca partecipata’, embedded. Che prevedeva, dunque, una partecipazione diretta alla vita e alle dinamiche interne delle organizzazioni da studiare”. Per inciso, Maha Abdelrahman è una collaboratrice di “Open Democracy”, il portale di George Soros che ha ben noti legami con le “rivoluzioni colorate” in mezzo mondo, Egitto compreso. Con “Open Democracy”, ma anche con l’Università americana del Cairo, sembra avere legami anche Giuseppe Acconcia, firma del Manifesto, particolarmente attiva in questi giorni nel puntare il dito contro Al Sisi e le sue forze di sicurezza.

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Ovviamente la realtà non è un film sui complotti internazionali, una serie di elementi collegati fra loro possono non dar luogo a nessun piano. Resta il fatto che il lavoro di Regeni in Egitto sembra cambiare ogni giorno. Facciamo la domanda da 100 milioni di dollari: era un collaboratore di qualche intelligence? Non lo sapremo mai. Di sicuro una prova contro tale tesi non può essere quella per cui Regeni era solo un ragazzo senza il physique du rôle dello 007: il reclutamento di collaboratori dei servizi avviene molto spesso, soprattutto nei paesi anglosassoni, in ambito accademico e punta esattamente su giovani idealisti e progressisti, senza l’aspetto da James Bond, magari contattati tramite centri studi, fondazioni e tutto questo apparato pseudo-scientifico. Ma questo non fa automaticamente di Regeni una spia, semplicemente non esclude a priori che lo fosse. Regeni potrebbe semplicemente essere sembrato una spia a qualcuno che gliel’ha fatta pagare. A chi? Raccoglieva dati sulle sigle dell’opposizione con un’analisi “partecipata”: secondo voi chi è che può averlo scambiato per un infiltrato? Gli stessi che poi avevano poco da temere per lo scandalo internazionale che sarebbe derivato dal fatto di abbandonarlo in un fossato dopo giorni di sevizie.

Giorgio Nigra

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2 Commenti

  1. alla fine la domanda è sempre la stessa:
    chi ci guadagna da questa storia?
    la risposta è il colpevole quasi sempre.

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