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Roma, 22 mag – Nuovo allarme rosso sul calcio italiano, stritolato dalla guerra dei diritti televisivi tra Sky e Mediapro e dai nuovi equilibri di potere dentro al Palazzo con la figura di Michele Uva, direttore generale della Figc e vice presidente Uefa sempre più in ascesa, al punto tale da aver imposto la figura di Mancini sulla panchina azzurra, mettendosi da subito di traverso sul possibile ritorno di Antonio Conte. Nella giornata di oggi (martedì 22 maggio) un’importante Assemblea di Lega dovrà cercare di dipanare la matassa dei diritti televisivi, trovando una mediazione tra Sky, che ha vinto il ricorso nel primo grado di giudizio e Mediapro, che si era aggiudicata il bando dei diritti e che vuole fare utili attraverso l’apertura di un canale tv della Lega calcio. Ma il tempo stringe, difficilmente il gruppo spagnolo depositerà la fideiussione promessa di un miliardo e 50 milioni più Iva, limitando per ora  l’investimento sul Prodotto Calcio ai 50 milioni iniziali. Mediapro sembra al massimo pronta a rilanciare l’offerta finale fino a 950 milioni in cambio del via libera al canale televisivo e al passo indietro di Sky. L’emittente di Murdoch invece non si da per vinta e vuole rifare il bando.

CALCIOMERCATO A RISCHIO STOP – La morale di queste schermaglie è piuttosto chiara: se non si troverà in fretta una mediazione sotto la guida del nuovo presidente di Lega Miccichè, il prossimo campionato rischia di partire senza le necessarie coperture televisive. Ma, peggio, potrebbe saltare il calciomercato, perché è dai soldi dei diritti tv che i club ottengono i finanziamenti per fare acquisti. Tanto per capirci, una società come la Juve dai diritti tv incassa qualcosa come 130 milioni. I piccoli club neopromossi sono sui 25-30. La lunga guerra dei diritti tv parte da lontano e sullo sfondo ha il mancato arrivo del manager spagnolo Tebas, l’attuale dirigente della Liga spagnola, il candidato dei club “ribelli”, in particolare del Torino di Urbano Cairo. Poi, la Grande Alleanza tra i big come la Juve e il presidente del Coni Malagò ha fatto saltare tutto, portando ai commissariamenti e all’elezione del banchiere Miccichè in Lega. Elezione che sempre i cosiddetti club non allineati, avrebbero voluto invalidare.

LA VOLPE E L’UVA –  Ma anche nel Palazzo del calcio, ancora commissariato con Fabbricini, è in corso la solita, stucchevole e dannosa guerra di potere perché allontana i tempi delle decisioni importanti e delle vere riforme. La frettolosa nomina di Roberto Mancini dopo il no di Ancelotti è servita anche lei a lanciare un segnale forte alla lobby consolidatasi intorno alla figura di Giancarlo Abete, il candidato dichiarato alla presidenza della Federcalcio in rappresentanza di Lega Pro, Lega Nazionale Dilettanti, Arbitri e Assocalciatori. Un bel pacchetto di voti per eleggere, nelle intenzioni, un presidente federale al posto del commissario Fabbricini e poi, scegliere il cittì della Nazionale che nelle intenzioni, non sarebbe stato facilmente Mancini perché avevano in mente una soluzione ancora più low cost, tra la continuità con Di Biagio o il “rinnovamento” con Ranieri. Sembra che dietro le quinte, il Gran Manovratore del ritorno di Abete, l’ex presidente della Figc, dimessosi dopo il disastro della Nazionale ai mondiali brasiliani, ci sia ancora la lunga mano di Franco Carraro, uomo dalle mille poltrone e dai mille incarichi. A quel punto è sceso in campo l’aggressivo dirigente Michele Uva, convincendo anche l’equilibrista Malagò che non c’era più tempo da perdere a partire dalla scelta del nuovo cittì azzurro.

Una grande rivincita da parte del 54enne manager materano, una sorta di Franco Carraro 2.0 per il numero di incarichi collezionato da dirigente, a partire dal mondo della pallavolo, passando poi per il calcio con ruoli importanti al Parma e alla Lazio per transitare poi nel mondo del basket e successivamente nel Palazzo del calcio. Uva aveva scalato l’Uefa grazie allo sponsor Tavecchio; poi i due si erano scontrati per ragioni di potere e di equilibri sulla scelta del precedente cittì: Uva era per De Biasi, l’ex presidente federale scelse invece il disastroso Ventura per sbarrare il passo proprio a De Biasi, nel contempo candidato anche di Gabriele Gravina, numero uno della Lega Pro e allora avversario per un certo periodo di Tavecchio nella seconda elezione alla presidenza federale. Adesso Uva è in pratica la mente e il braccio del sub commissario Fabbricini, le riforme passano tutte dalla sua scrivania ma il rischio è che l’estrema sete di potere dei soggetti in campo, si trasformi in una zavorra che rischia di amplificare ulteriormente l’allarme rosso sul calcio italiano, fresco di esclusione dal Mondiale in Russia.

Paolo Bargiggia

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