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Torino, 4 mag – Dovevo raccontarvi con date e nomi la storia di quella squadra nata nel 1939, quando Ferruccio Novo ne divenne Presidente, vissuta come un sogno per 7 anni, e poi inabissatasi dentro la collina che domina Torino, dove oggi c’è una lapide con 31 nomi che i turisti e gli innamorati, tra una passeggiata e l’altra della mia città, vanno a fotografare, proprio dietro alla Basilica progettata dallo Juvarra.

E ci ho provato, ho scritto di tutti quei campionati vinti, uno dietro l’altro giocando un calcio bellissimo, partite che erano un po’ come un’isola felice anche nei drammatici momenti del conflitto mondiale: quando nel 1940 l’Italia entrò in guerra, Mussolini scelse di non reclutare i calciatori nell’esercito, dicendo: “Servono più sui prati che sui campi di battaglia”.

Ed ho scritto dell’incidente, l’aereo che arriva troppo vicino alla collina, in una tempesta terribile che non consentiva ai piloti alcuna visibilità, l’altimetro rotto che impedisce ulteriormente di comprendere le reali distanze tra il velivolo ed il terreno, quel terreno così spaventosamente vicino, che appare all’improvviso. E poi lo schianto. E il fumo nero sotto la pioggia, il cappellano della Basilica, don Tancredi Ricca, che accorre immediatamente, e si rende conto che tutto ciò che resta da fare è pregare, tra lamiere e cenere, scarpe e documenti sfuggiti da valigie sventate dall’urto fatale. Tra i poveri resti di corpi: nessuno si salvò.

E poi del funerale, il lunghissimo, infinito serpente che si snodò per le vie del capoluogo piemontese due giorni dopo la tragedia, il 6 maggio 1949, quando quasi un milione di persone rese omaggio a quella squadra che aveva fatto sognare tutti.

Vi avevo raccontato tutto questo, con dati e date, nomi e codici, eppure poi, ho cancellato tutto. Sembrava una lunga autopsia. Perché parlavo di una squadra che era nata e morta. Una squadra incredibile, che però era finita. Ma io non credo che il Grande Torino sia mai morto. E come me non lo credono tutti quei cuori granata, che ho visto portare un fiore, lasciare un biglietto e una lacrima, cantare una canzone abbracciati davanti a quella lapide: “Solo il fato li vinse”.

Alice Battaglia

1 commento

  1. Mi commuove il pensiero ogni volta.
    Un grande Torino.
    Con loro è come se fosse volata in cielo una parte della mia amata città.

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