Roma, 19 giu – La Confindustria del calcio ha scelto di cedere i suoi diritti televisivi a Sky – più la piattaforma Perform –  per 950 milioni di euro, contratto triennale, tagliando fuori compatta gli spagnoli di Mediapro che avrebbero garantito un miliardo e 50 milioni di euro per i diritti del campionato di calcio di serie A,  esclusa la Coppa Italia, la Supercoppa e i diritti per l’estero, creando un canale tematico della Lega. Per inciso, il gruppo spagnolo, che detiene i diritti della Liga, ha appena acquistato le partite della Ligue 1 in Francia, versando più soldi di quelli appena pattuiti dai 20 club di A con Sky, per un campionato comunque più importante di quello dominato dal Paris St. Germain. Scelta per certi versi sorprendente ma che, stranamente rispetto alla consuetudine, ha trovato d’accordo e compatte tutte le società di serie A.

Che, così unite lo erano state soltanto lo scorso marzo quando avevano nominato il banchiere Gaetano Miccichè alla presidenza della Lega, dopo due anni di commissariamento e di frizioni. Prima sotto il cappello di Carlo Tavecchio e poi del presidente  del Coni Giovanni Malagò; era stato proprio il numero uno dello sport italiano a far convergere i voti e il consenso sul presidente di Imi (Gruppo Intesa San Paolo) e membro del Consiglio di Amministrazione di Rcs, il gruppo editoriale presieduto da Urbano Cairo. Astuta e accerchiante dunque la mossa di Malagò che, promuovendo una figura vicina al patron del Torino, aveva spento definitivamente quell’ala di rivoltosi che stava crescendo dentro la Lega e che, in sua assenza per le Olimpiadi invernali, aveva provato a fargli le scarpe.

Doverosa premessa per provare a sollevare in qualche modo gli ultimi misteri delle manovre di potere dentro al calcio italiano che rischiava di partire in ritardo con il prossimo campionato oppure, senza copertura televisiva. A pensare male si fa peccato ma tante volte ci si azzecca come diceva Giulio Andreotti. Nel senso che qualche dubbio sulla guerra a Mediapro e l’apertura a Sky, che poi è una chiusura verso il nuovo e anche verso contributi maggiori viene, se si pensa che Gerlando Miccichè, il figlio di Gaetano, il presidente della Lega calcio, lavora a Sky con il ruolo di Sales Manager come si può leggere sul suo profilo Linkedin. Una coincidenza? In precedenza, Gerlando, si chiama come il nonno patriarca, aveva lavorato per il Gruppo Cairo, per il marketing e la divisione sport degli stadi, come si legge su Comunicazione Italia. Ricordiamo che il padre, Gaetano, il presidente di Lega e presidente di Imi aveva appoggiato la scalata di Cairo ad Rcs. Coincidenza anche questa?

I rappresentanti della Confindustria del pallone che si sono dati in pasto a Sky potranno ribattere che Mediapro non dava garanzie, che non c’erano certezze sulle fideiussioni da depositare. Ma certo è che la freddezza con cui è stato accolto l’approdo degli spagnoli in Italia dopo aver vinto il bando, l’immediato ricorso di Sky e il fronte compatto che ha portato la tv di Murdoch a gestire il nostro calcio in una posizione  praticamente di monopolio è quanto meno sospetta. Come qualche sospetto doveva destare la pressione di Malagò per la candidatura di Miccichè e il silenzio-assenso del numero uno del Coni sulle perplessità del mondo del calcio verso il gruppo spagnoli. Appena nominato al vertice della Lega, Gaetano Miccichè aveva dichiarato “cambieremo il calcio…”. Per ora non hanno cambiato ancora nulla, ma soltanto alimentato dei sospetti e dei retro pensieri su un mondo che ha poca voglia di rinnovarsi veramente e di uscire dalle solite logiche di lobby e di potere dopo tutti i fallimenti degli ultimi anni.

Paolo Bargiggia

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