Roma, 15 set – Chiunque, in qualsiasi cultura, decida di stuprare una donna, sa perfettamente di compiere un atto violento nei confronti di un altro essere umano. Esistono, ovviamente, tutta una serie di giustificazioni ex post tipiche di molte culture (e, diciamocelo, fino a qualche tempo fa anche della nostra): se l’è andata a cercare, in fondo le è piaciuto, si è inventata tutto etc. Ma sono, appunto, squallide elaborazioni culturali che avvengono a posteriori. L’atto in sé comporta una carica di violenza e di umiliazione dell’altro che non può non essere ben chiara a chi lo stia perpetrando. Eppure, in Occidente, circola la curiosa diceria secondo cui gli stupri etnici sarebbero una spiacevole conseguenza di un’integrazione ancora non perfezionata.

Proprio in queste ore abbiamo dovuto sentire un avvocato italiano, membro del Comitato pari opportunità della Corte d’appello di Salerno, Carmen Di Genio, sostenere che “non possiamo pretendere che un africano sappia che in Italia, su una spiaggia, non si può violentare; probabilmente lui non conosce questa regola”. Secondo questa tesi, sfortunatamente non isolata, l’africano che stupra sarebbe come l’italiano che va in Giappone e dà per scontato che il cameriere del ristorante porti il pane a tavola: “Toh, ma guarda, loro non ne fanno uso, oggi ho imparato una cosa nuova”. Allo stesso, secondo questi luminari, un nigeriano che arriva in Italia può credere in totale buona fede di poter prendere per i capelli una donna qualsiasi, portarla dietro un cespuglio e appagare le proprie voglie, senza neanche ritenere di aver fatto qualcosa contro la legge o contro la donna. Ovviamente non è così, ma questa è la tesi che vogliono far passare.

Pensiamo ai corsi che nel Nord Europa vengono istituiti per insegnare agli immigrati le buone maniere occidentali e il rispetto della donna. Perché, vedete, loro “non lo sanno” che non si può stuprare. E se non lo sanno, come può essere colpa loro?  Persino il filosofo sloveno Slavoj Zizek, che non è esattamente un identitario, reagì a questa visione folle: “I tentativi ingenui di ‘illuminare’ gli immigrati (cioè di spiegare loro che i nostri costumi sessuali sono diversi, che una donna che cammina per strada sorridente in minigonna non ti sta invitando a fare sesso, ecc) sono di un’impressionante stupidità. Loro sanno molto bene tutto ciò, ed è proprio per questo che lo fanno. Sanno che quello che fanno è radicalmente estraneo alla nostra cultura, e lo fanno per lo scopo specifico di ferire la nostra sensibilità”. Finalmente! Se l’immigrato stupra (non lo fa solo lui, ovviamente, ma sappiamo che, in proporzione, lo fa molto più degli autoctoni) è per un fattore banale: tanti giovani maschi in territorio straniero e senza famiglie al seguito tendono etologicamente a delinquere di più e in particolar modo a porre in essere gli atti criminosi che denotano “autoaffermazione” violenta verso il contesto ospitante.

Questa cosa sarebbe ovviamente vera anche se i tanti giovani maschi trapiantati altrove fossero europei, ma lo è molto di più se i soggetti provengono da Paesi in cui vigono culture che odiano le donne. Il che non significa che in quei contesti stuprare sia lecito o non sia percepito come un crimine, al contrario: è proprio perché disprezzano culturalmente il genere femminile che intendono umiliarlo. Tutto questo non si risolve con l’educazione e con l’integrazione, cosa peraltro contraddittoria sulla bocca di chi vuole importare sempre più immigrati e quindi portare nelle nostre città sempre nuovi individui non ancora “integrati”, ma in un modo molto semplice: chiudendo le frontiere e sbattendo fuori a calci nel sedere chi comincia sempre più a pensarsi come truppa occupante di una terra straniera.

Adriano Scianca

2 Commenti

  1. Forse quel genio di Di Genio non sa che in Africa certi crimini vengono puniti col linciaggio o con una simpatica pratica popolare che consiste nel mettere un copertone al collo del colpevole cospargerlo di benzina e appiccare il fuco.

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