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Roma, 31 mar – Il 31 marzo 1999 usciva nelle sale un film destinato a modificare l’immaginario del decennio a seguire: The Matrix, di Andy e Larry Wachowski (oggi divenuti Lilly e Lana, al termine di un percorso confusionario che ha riguardato parallelamente le loro prove artistiche e la loro parabola personale). Quegli effetti speciali, quegli abiti, quelle battute conquistarono subito il pubblico, anche se il film si fece una fama di pellicola “difficile” per via delle implicazioni filosofiche che conteneva. Il concept, invero, non era poi così incomprensibile: tutta la realtà che conosciamo è una simulazione, proiettata come virtuale nelle nostre teste, mentre quella ben più prosaica ci vorrebbe utilizzati come risorsa energetica dalle perfide macchine senzienti che, nel frattempo, hanno preso il potere sulla terra al posto dell’uomo.

Tra i tanti riferimenti filosofici contenuti nel libro, almeno uno era reso quasi subito esplicito: nella prima scena, quando un gruppo di hacker suona alla porta di Neo (Keanu Reeves) per avere dei programmi pirata, il protagonista li prende da una copia, scavata all’interno, di Simulacra and simulations, di Jean Baudrillard. Che non la prese bene: «Matrix è un po’ il film sulla Matrice che avrebbe potuto fabbricare la Matrice», disse. Nella pellicola dei fratelli Wachowski, i personaggi o sono nel mondo vero (pieno di riferimenti veterotestamentari, a cominciare dal nome della cittadella dei ribelli, Zion) o sono nel mondo finto, ovvero la Matrice, appunto. Una semplificazione insopportabile, secondo Baudrillard: la realtà, diceva, non viene uccisa celandola dietro l’apparenza di una finzione, bensì rendendola trasparente, quindi l’esatto contrario.

Realtà e finzione intrecciate

«In effetti, sarebbe interessante mostrare ciò che accade sul punto di giuntura dei due mondi», diceva ancora, sempre stroncando Matrix. Per la stessa ragione aveva polemizzato con i reality: «Quando tutto è esposto alla vista (come nel Grande Fratello) ci si accorge che non c’è più niente da vedere. È lo specchio dell’appiattimento, del grado zero, dove – contrariamente a tutti gli obiettivi dichiarati – si dimostra la scomparsa dell’Altro, e fors’anche il fatto che fondamentalmente l’essere umano non è un essere sociale. Banalità di sintesi, fabbricata in circuito chiuso e sotto uno schermo di controllo». In questo senso, Matrix mostrava un’ingenuità filosofica imperdonabile. Ingenuità “metafisica”, si potrebbe dire, nel senso in cui questo termine è usato da Nietzsche e Heidegger.

Se esiste da qualche parte, sotto terra, un “mondo vero”, la soluzione è semplice: distruggere il mondo falso e goderci l’autenticità della dimensione incorrotta, non falsificata. Basta uscire dalla caverna di Platone e respirare a pieni polmoni l’aria non viziata. Peccato che quel mondo vero, in realtà, non esista: realtà e finzione sono intrecciate in modo inesplicabile. Anzi, come si diceva: la realtà diventa falsa proprio quando è esposta in piena trasparenza. Prendiamo i social, dove non esistono più segreti, dove tutti ci mettiamo a nudo, eppure tutto diventa inautentico. Eppure, Matrix è ancora oggi un film di grande potenza visiva e suggestione “ideologica”, forse perché il vero segreto del suo successo è nel suo messaggio implicito e inconscio, che è più o meno il contrario di quello esplicito.

Il mondo vero diviene favola

Come ha fatto notare a suo tempo Stefano Vaj, infatti, i veri eroi di Matrix non sono gli umani naturali, quelli sfuggiti inizialmente al controllo delle macchine e rintanatisi nel sottosuolo come talpe. Non avendo il terminale installato nel cervello, infatti, costoro non hanno nemmeno accesso al luogo dove davvero avviene il confronto con le macchine, cioè esattamente nella simulazione digitale. È solo nella Matrice che si conclude il destino del predestinato che, sfidato dalla tecnologia, è costretto ad evolvere ad un livello propriamente superumano (egli è non a caso “Neo”, ovvero un homo novus). La vera, portentosa novità di Matrix non consiste nel mostrare che al di là di questo mondo vi è una squallida realtà “più reale”, ma nel mostrare un nuovo modo di vivere la vita nella Matrice. Ciò che colpisce, nel film, sono gli effetti speciali e i costumi. Ovvero tutto ciò che riguarda i personaggi all’interno della digitalizzazione. È il loro essere superuomini nel virtuale, che ci intriga, non il loro essere “solo” uomini nella realtà.

Del resto, se i protagonisti disprezzassero veramente la vita nella Matrice, che senso avrebbero i lunghi cappotti di pelle nera e gli impenetrabili occhiali da sole con cui i protagonisti, come semidei dark, fanno regolarmente la loro comparsa nel programma? Che senso ha lo stile, inteso in senso nobile, in una dimensione di pura fiction? Ecco quindi che fra le pieghe del platonismo luddista e umanistico dei fratelli Wachowsky spunta un altro livello di lettura in cui, con Nietzsche, il “mondo vero diviene favola”: «Abbiamo tolto di mezzo il mondo vero: quale mondo ci è rimasto? forse quello apparente?… Ma no! col mondo vero abbiamo eliminato anche quello apparente! (Mezzogiorno; momento dell’ombra più corta, fine del lunghissimo errore; apogeo dell’umanità: Incipit Zarathustra)».

Adriano Scianca

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