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Roma, 1 feb – La necessaria premessa ad analisi riassuntiva e ragionata della posizione giuridica di CasaPound e dei suoi militanti in ordine ai molti procedimenti penali che li hanno indagati in quasi 3 lustri di vita dell’associazione, è che davvero pochissime (credo di ricordarne un paio, perciò uso un plurale prudenziale) sono le condanne fino ad ora passate in giudicato. Questo per fare piazza pulita di teoremi e statistiche pelose: 359 indagati negli ultimi cinque anni il dato spesso entusiasticamente e acriticamente rilanciato, interpretate maliziosamente dai soliti commissari politici della cronaca giudiziaria. La certezza la fa la condanna passata in giudicato, il resto sono indagini perlopiù originate da iscrizioni al registro degli indagati come atti dovuti, ma senza ulteriore seguito.
Esempio di questo tipo di indagini è il procedimento iniziato su segnalazione della polizia per l’occupazione abusiva in Via Lima a Roma, 37 denunciati e indagati in realtà per una pacifica protesta a sostegno dei veri occupanti abusivi, che non è andato oltre l’informazione di garanzia. A tale dato sulle condanne definitive va aggiunto, ancora, che nessun militante dell’associazione nonché la stessa in ragione della sua attività è stato mai indagato per reati previsti o aggravati dalla poco costituzionalmente orientata Legge Mancino, che sanziona penalmente gli atti discriminatori di ogni genere, come anche la semplice esternazione di dubbio sul pensiero politicamente corretto di eguaglianza sostanziale, di ogni cultura, società e religione, dall’infibulazione alla Divina commedia.
Ora, lungi dal voler affermare che in CasaPound militino solo uomini e donne in odor di santità, certamente appare che nella vita sociale della medesima e in ragione di essa non siano stati mai commessi proprio quei reati discriminatori che vengono costantemente richiamati da tutti gli articoli sul pericolo\onda\marea\miracolo nero degli ultimi tempi. In realtà, la gran parte delle indagini connesse alla militanza in CasaPound sono in ordine a reati, certamente meno gravi, associati alle lotte per il diritto alla casa e la giustizia sostanziale, ovvero occupazioni abusive e manifestazioni non autorizzate, mentre per alcune manifestazioni di piazze, pochissime e le più esasperate nella protesta comunque meno violenta di quella dei centri sociali, sono state contestate resistenze e altri comportamenti ostativi alla forza pubblica. Rimangono, poi, altre indagini e processi che scaturiscono da contrapposizioni violente con chi vorrebbe a tutti i costi impedire la presenza fisica dei militanti di Casapound come i loro diritti costituzionali, ovvero dalle aggressioni di chi poi si racconta vittima di violenza politica, magari costituendosi anche parte civile, dopo esser partito aspirante suonatore e esser tornato, invece, ben suonato.
A ciò ha concretamente accennato anche la famosa informativa del ministero dell’Interno sulla attività della Associazione di Promozione Sociale CasaPound Italia e dei suoi militanti, che riferiva delle costanti aggressioni subite ad opera di gruppi antagonisti e antifascisti, che provocano di fatto la maggior parte del coinvolgimento in indagini penali dei militanti. In entrambi i casi precedenti, comunque, si tratta per lo più di reati non particolarmente gravi, che si prescrivono senza arrivare a condanne definitive, tant’è che la maggior parte dei processi che ne scaturiscono è destinato a concludersi con dichiarazioni di improcedibilità per intervenuta prescrizione.
In questa panoramica, il dato assolutamente abnorme è quello del processo, attualmente pendente davanti la Corte di Assise di Napoli, che vede alcuni militanti dell’associazione, insieme ad altri circa 30 imputati, a giudizio per una ipotetica associazione sovversiva e banda armata di armi improprie, ma si tratta di un unicum in tutta la storia dell’associazione, che mal si concilia con la realtà di una partecipazione pacifica e fattiva alla vita democratica del paese che contraddice di fatto l’enormità dell’imputazione.
Esiste, poi, un dato che rimane sempre ignorato quando si parla dei processi nei quali CasaPound e i suoi militanti sono coinvolti: quello che li vede persone offese e vittime dei reati che vengono giudicati. Molti sono stati, nel corso degli anni, i processi per diffamazione a mezzo stampa conclusi grazie a cospicui risarcimenti, mentre, per il resto, CasaPound e i suoi militanti si costituiscono parte civile solo nei casi di violenza subita particolarmente vigliacca e criminale, nelle aggressioni omicide (è il caso della manifestazione contro l’apertura della sede di Cuneo, sfociata nel pestaggio di alcuni poliziotti e nel ferimento grave di un militante, ad opera di professionisti della violenza politica, già condannati) come negli attentati esplosivi e incendiari contro le sedi e librerie, verificatesi a decine in questi anni. Allora il dato da considerare è anche quello, numericamente interessante, degli imputati per atti di violenza di matrice politica contro Casapound e i suoi militanti: sono un centinaio in tutta Italia, processati o condannati per attentati terroristici attuati per mezzo di ordigni esplosivi, tentato omicidio, lesioni aggravate, incendio doloso, violenza privata, danneggiamento aggravato, ma anche resistenza aggravata a pubblico ufficiale e persino detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, perché a scoprire i responsabili della violenza sedicente “partigiana e antifascista” a volte si incontrano anche le modalità piuttosto curiose e non meno criminali che la finanziano o permettono.
Domenico Di Tullio

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