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Washington, 23 mag – Ah, i democratici. Sempre pronti a portare sul palmo della mano le «minoranza oppresse» a patto, ovviamente, che le suddette minoranze votino per loro. Altrimenti l’anatema è dietro l’angolo, e che anatema: in Italia, ne sa qualcosa, per esempio, il senatore Iwobi, colpevole di avere origini africane e fare parte della Lega, e che per questo si sente dare del «neg*o da cortile», dello «Zio Tom» dai sinceri progressisti antirazzisti.

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In America, dove l’argomento «afroamericani» è più delicato di un pavimento lastricato di cristalli di Boemia, ci ha pensato il candidato democratico alla presidenza Usa della prossima tornata elettorale Joe Biden a inferocire l’intera comunità afroamericana per aver detto che chi vota Trump «non è un vero nero». Cosa c’è di più razzista di un uomo bianco che ti indica non solo come dovresti votare, ma che se non segui il suo diktat non puoi nemmeno definirti appartenente a tale minoranza?

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Insomma, non male per Joe Biden, che per chi non se lo ricordasse è stato pure il numero due di Barack Obama, e oggi è intenzionato a correre per la Casa Bianca in ticket con una Kamala Harris, donna di colore. Per aggiungere altro peso alla figuraccia, va detto che che frase è stata pronunciata parlando col dj nero Charlmagne The God. «Chi è indeciso se votare per me o per Trump non è un vero nero». La furia degli afroamericani e lo sdegno del mondo dem americano lo hanno costretto a scusarsi alcune ore dopo: «Era una frase davvero sprezzante. Non avrei dovuto pronunciarla».

Non è la prima volta che l’ex vicepresidente Usa si esibisce in uscite infelici: «Lo so, sono una specie di “gaffe-machine», aveva dichiarato una volta: «Ma mio Dio, che cosa meravigliosa essere come me comparato a quel tizio alla Casa Bianca incapace di dire la verità», aveva puntualizzato riferendosi a Trump. Stavolta però l’ha fatta davvero grossa. Il voto degli afroamericani è determinante per i candidati democratici. E quindi ieri è partito il mea culpa: «Molti hanno pensato che io dia il voto nero per scontato. Nulla è più lontano dalla verità» ha detto ieri scusandosi. «Mi sono guadagnato sul campo la stima della comunità afroamericana, una forza davvero trainante. Ogni volta so di dovermela guadagnare di nuovo. Ora più che mai, quel voto sarà fondamentale per vincere la presidenza». Sempre che la smetta di fare figuracce.

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

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