La transizione ecologica è caratterizzata da una serie di ondate globali di innovazioni, in tutti i settori, che stanno mutando radicalmente e molto velocemente gli equilibri dei poteri nazionali e internazionali. L’energia, oltre ogni retorica, è la protagonista assoluta della transizione. La continua crescita della popolazione mondiale e la necessità dello sviluppo economico stanno determinando un incremento inarrestabile della domanda di energia, e come conseguenza diretta il contemporaneo aumento delle emissioni di gas serra, soprattutto nei grandi Paesi di nuova industrializzazione.



Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di luglio 2021

Attualmente, nel mondo (World energy outlook 2018), si consumano complessivamente l’equivalente di circa 98 milioni di barili di petrolio al giorno; energia che proviene dal petrolio per il 35%, dal gas per il 21% e dal carbone per il 24%. La quota delle rinnovabili è pari a circa il 20%, comprendendo però anche il 6% proveniente dal nucleare. La domanda di energia globale è in crescita, con un aumento, secondo le proiezioni, del 30% sino al 2040, e il maggior contributo alla crescita della domanda arriva dall’India, seguita dalla Cina e dal Sudest asiatico.

La grande sfida per l’energia

Lo scenario energetico globale sta attraversando una fase di profondi mutamenti: la crescita della domanda di energia e del potere d’acquisto dei Paesi asiatici – in particolare di Cina e India – che sta modificando i flussi delle materie prime energetiche; la crescente quota russa e americana di produzione mondiale di gas e petrolio; il grande sviluppo delle fonti rinnovabili e la forte dipendenza delle fonti rinnovabili dalle tecnologie informatiche ed elettrotecniche, concentrate in poche grandi imprese e in altrettanto pochi centri di eccellenza, e dalle materie prime necessarie per la produzione delle componenti, concentrate in pochi Paesi africani e oggi controllate soprattutto da imprese cinesi; il grande ritorno del nucleare, dimenticato in Italia, ma ovunque molto presente per le politiche di autonomia energetica e di lotta al cambiamento climatico.

Stati e imprese competono con le forze dell’esplorazione, della ricerca e sviluppo e del prezzo per la definizione delle direzioni strategiche, per il reperimento delle risorse e delle materie prime – litio, cobalto, terre rare – per la determinazione delle regole, per la ricerca e per il possesso delle innovazioni, per la nascita di nuove filiere industriali: in sunto, per il controllo dell’energia del mondo. In questo turbolento scenario si assiste alla crescente egemonia politica e industriale degli Stati Uniti, grandi produttori sia nel settore delle fossili che in quello delle rinnovabili e del nucleare. Segue la Cina nel settore delle rinnovabili, come dimostrano gli ingenti investimenti per le acquisizioni di miniere di litio, cobalto, nichel e terre rare nel continente africano – materie prime indispensabili per la produzione delle tecnologie – e gli ambiziosi programmi per lo sviluppo delle auto elettriche, così come la costruzione della centrale idrica più grande del mondo (Yarlung Tsangpo, 50 GW, ovvero 50 centrali a vapore o nucleari di taglia grande messe assieme), e del nucleare. Infine c’è la Russia, grande fornitore di petrolio e soprattutto di gas per l’Europa (con il gasdotto North stream 2) e per la Cina (Power of Siberia).

Da questo turbolento scenario emerge che o l’energia – da qualsiasi fonte e con qualsiasi tecnologia – la conquisti e la domini, o la devi comprare da altri. La prospettiva della transizione energetica sembrerebbe particolarmente favorevole per quelle aree, come il continente europeo, da sempre molto dipendenti dalle importazioni di fonti energetiche fossili e potenzialmente ricche di capacità industriale e di spinte innovative, aprendo la strada a una maggiore autonomia energetica. Ma il Green deal non può bastare, e senza un forte Piano energetico europeo esiste – come vedremo – il concreto rischio di mantenere la dipendenza per le importazioni dalle fonti fossili e allo stesso tempo divenire dipendenti anche dalle tecnologie per le rinnovabili.

Il primato ecologico

L’Unione europea si colloca al terzo posto nella classifica internazionale dei maggiori consumatori di energia, dopo la Cina (primo posto) e gli Stati Uniti (al secondo), ed è sempre stata fortemente dipendente dall’importazione di energia, soprattutto di petrolio e di gas, da parte di pochi Paesi, tra i quali domina la Russia: viene infatti da Mosca oltre un terzo (35%) di tutto il greggio e il 32% del gas importato in Europa. Nel corso dei prossimi anni i cambiamenti in atto ridimensioneranno – e non poco – il peso del mercato europeo nello scenario mondiale delle fonti fossili, tanto che i prezzi e i flussi commerciali delle fonti saranno sempre più determinati dalle dinamiche proprie dei grandi consumatori asiatici. Teoria rafforzata dall’alleanza tra Russia e Cina «in nome dell’energia», che ha portato nel 2019 alla costruzione del primo gasdotto, denominato «Power of Siberia», che collega direttamente i due Paesi. Inoltre, basta pensare alla recentissima «guerra del petrolio», ovvero alla durissima competizione sul prezzo del greggio, che ha visto l’Europa assistere alla battaglia economica tra i principali Paesi produttori. E anche alle aggressive posizioni di Russia e Turchia nell’area mediterranea, in particolare per il controllo dei giacimenti in Libia e sulle coste egiziane.

Dunque, l’Unione europea è fortemente dipendente dall’importazione di fonti fossili, non detiene le materie prime e le tecnologie dominanti delle fonti rinnovabili; e anche la centralità del continente europeo – inteso come grande acquirente nel mercato globale dell’energia – sembra perdere colpi, così come la forza contrattuale nei confronti dei grandi fornitori di gas e petrolio: in questo senso la scelta europea per lo sviluppo delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica appare come un posizionamento competitivo per la ricerca della leadership culturale dell’energia carbon free. Una scelta più culturale e normativa che industriale, che ha portato allo sviluppo di un impianto regolatorio con norme ambientali fra le più rigorose al mondo e con programmi d’azione che investono tutti i settori economici.

Tutto questo impegno per un’Europa sempre più verde è molto bello ma non può prescindere dall’evidenza che comunque, e ancora per molti decenni, le fonti fossili avranno un ruolo determinante per l’approvvigionamento delle energie necessarie alla modernizzazione e allo sviluppo del continente europeo; e dall’altra evidenza, altrettanto importante, che se la transizione energetica si realizzerà con innovazioni, sistemi e componenti cinesi, giapponesi, americani, allora si tratterà solo di una transizione della dipendenza: dal petrolio al litio. Insomma, dovrebbe essere di primaria importanza la definizione di un Piano energetico europeo non solo finalizzato alla costruzione di un impianto normativo green, ma soprattutto determinato a favorire lo sviluppo di un settore industriale endogeno, in grado di produrre sistemi e componenti della catena del valore delle rinnovabili e delle auto elettriche.

Naturalmente, ben si comprende che se la nascita di una nuova filiera delle energie rinnovabili appare complessa a livello nazionale, ancor più problematica sembra una concreta integrazione industriale e armonizzazione politica a livello europeo, data la storica concorrenza tra Stati membri e tra le diverse e agguerrite imprese nazionali.

Una questione di potenza industriale

Nello scenario competitivo della transizione ecologica, dunque, l’Unione europea parte da una situazione di marcata dipendenza energetica, e con il Green deal vorrebbe profilarsi come protagonista del grande cambiamento. Quindi, mentre i competitor internazionali avanzano a ritmi serrati per la conquista di tecnologie e materie prime, in Europa si producono diligenti piani pluriennali, con tanta burocrazia continentale e nazionale, e tante cabine di regia per la composizione degli interessi pubblici e privati, assai spesso divergenti. Ne emerge una super-struttura burocratica, fiscale e finanziaria, che indubbiamente rischia di appesantire il processo decisionale e operativo, e di ampliare il divario con i competitor globali. Divario già evidente osservando la provenienza dei prodotti e delle componenti tecnologiche della filiera del digitale e delle energie fossili e rinnovabili, in grandissima e prevalente parte di origine cinese e americana.

Mentre l’Unione europea redige il Green deal e predispone la sua potente struttura burocratica, la Cina viaggia velocissima, tanto nella conquista delle miniere africane e delle materie prime, quanto nella produzione di tecnologie e componenti delle diverse filiere dell’energia e della mobilità elettrica, nonché nell’introduzione di dazi per proteggere l’industria nazionale; senza, per questo, ridurre l’impegno nel nucleare. Nel frattempo gli Stati Uniti continuano a investire nella conquista di…

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