Roma, 8 mar – Il business è finito, andate in pace. Che la gestione dell’accoglienza degli immigrati fosse prima di tutto un affare, ne erano convinti un po’ tutti, salvo qualche ingenuo interessato. E l’ennesima conferma è arrivata da un’accorata lamentazione, resa pubblica sotto la forma di un più politicamente corretto “accordo etico per un’accoglienza rispettosa dei diritti delle persone accolte e dei lavoratori”. A firmarlo, tre giganti della cooperazione: Legacoopsociali Emilia Romagna, Confcooperative Emilia Romagna e Agci Solidarietà Emilia Romagna.

Realtà la cui storica area politica di riferimento, quello che aulicamente viene definito “il tessuto democratico”, rischia di essere persino tediante da ricordare. Le strutture che riuniscono cooperative rosse, dopo aver ribadito di riconoscere il diritto di asilo, di riconoscersi negli inalienabili principi di solidarietà, senza alcun tipo di discriminazione, di volersi ergere a difensori dei diritti universali dell’uomo, sono passati al sodo. Ovvero, ai fondi che latitano. Gli utili, sul business immigrazione, evaporano. La pacchia, in sostanza, è finita. Davvero.

E si scagliano contro i provvedimenti del governo relativi alla fornitura di beni e servizi per la gestione dei centri di prima accoglienza per richiedenti protezione internazionale. “Non sono previsti servizi quali l’orientamento formativo, l’insegnamento della lingua italiana – si lamentano – il sostegno nell’accesso ai servizi sanitari e sociali, la presa in carico psico-sociale per le situazioni vulnerabili. Si delinea così una accoglienza ridotta di fatto al vitto e alloggio, al di sotto degli standard minimi previsti dalle Direttive Europee in materia”. Considerazioni da far accapponare la pelle a chi abbia un pizzico di senso di umanità.

Un comunismo capitalista

Ma la realtà è anche un’altra. Molto più prosaica. E infatti i tre giganti rossi, poco dopo, ricordano che hanno dovuto tagliare personale. Ridotto “in una mera funzione di controllo, richiedendo contestualmente che vengano svolte una pluralità di prestazioni senza supporto di una equipe multidisciplinare e con un elevato rischio di burnout”. Tradotto: gli operatori sono sull’orlo dell’esaurimento nervoso. Insieme probabilmente ai vertici delle cooperative, che dopo esser partiti nell’analisi dai massimi sistemi, finiscono per scivolare sul questioni molto più concrete. Ovvero sul denaro. Già, sui quattrini. Anzi sul capitalistico, una volta aborrito, utile. Il cuore sarà a sinistra, ma anche il portafoglio pare esser collocato da quelle parti.

Dopo aver ricordato che i soldi non bastano nemmeno per garantire la sicurezza nei luoghi di lavoro, arriva l’affondo che avrebbe fatto svenire Marx e Engels, loro sì a rischio di incappare nella citata sindrome di burnout: ”Non sono previsti l’utile di impresa e le spese generali, ponendo dei dubbi circa la congruità della base d’asta”. La soluzione? I tre giganti della cooperazione emiliana valutano di non partecipare a eventuali nuove gare di appalto, rendendosi parte attiva dei progetti che “fondazioni, pubbliche amministrazioni e enti di terzo settore vorranno costruire nei prossimi mesi per rispondere ai nuovi bisogni delle comunità locali”. La lunga marcia verso il business, mentre crolla il numero degli immigrati clandestini che sbarcano, inizia a cercare nuove strade?

Fabrizio Vincenti

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Commenti

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3 Commenti

  1. è nella logica di mercato,prima c ‘era Stalin con i rubli…ora essendo cambiato vento…. il PD non è in grado di mantenere certi impegni…ma alla fine I SOLDI SON SOLDI mettila come ti pare

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