Mussolini durante la sua visita a Palermo
Mussolini durante la sua visita a Palermo

Un futuro spezzato

Siamo dunque arrivati al giugno 1929, momento in cui cessa l’incarico di Mori, che diviene Senatore del Regno. Anche in questo caso i contorni della vicenda sono ben diversi da quelli propagandati fino a oggi dai numerosi libri e film sul tema, pronti a mettere in rilievo e ingigantire particolari insignificanti invece di considerare il quadro globale. Tricoli spiega: «La missione di Mori fu, perciò, ritenuta compiuta da Mussolini, dopo ben cinque anni di permanenza in Sicilia, non perché il “prefetto di ferro” mirasse a colpire sempre più in alto, come affermato da certa storiografia antifascista (che nei frangenti più difficili il capo del governo non aveva mancato anche per vicende discutibili, di essere vicino e solidale con Mori con forza e convinzione) ma perché l’operazione, fin dall’inizio, era stata giustamente considerata straordinaria, onde pervenire ad una normalizzazione del quadro dell’ordine pubblico, anche nella accezione più vasta di risanamento morale e di bonifica sociale, dai fenomeni più inquinanti e devianti nella società siciliana. Questa normalizzazione, grazie all’opera di Mori, era stata raggiunta con la clamorosa azione di polizia e con la definitiva sanzione giudiziaria data dagli organi della magistratura: adesso, come d’altronde affermava lo stesso Mori, bisognava provvedere “allo sviluppo delle sane e poderose energie donde l’isola è ricca”».


Allo stesso modo viene smontata l’interpretazione comune dello scontro tra Mori e alcuni elementi fascisti, Alfredo Cucco per primo: «La pubblicistica e la storiografia dell’antifascismo hanno voluto sminuire e screditare questo aspetto politicamente rilevante della lotta alla mafia, approfittando del successivo coinvolgimento dello stesso Alfredo Cucco nell’azione repressiva di Cesare Mori, al fine di operare un’artificiosa e culturalmente astratta, e perciò storicamente mistificante, separazione tra l’operazione del “prefetto di ferro” e l’ispirazione ideologica e politica del fascismo che la presidiava. In realtà, l’attacco di Mori a Cucco, peraltro abilmente montato con un castello di accuse, che sarebbe miserevolmente crollato nel corso della lunga vicenda giudiziaria, conclusasi con l’assoluzione piena del capo del fascismo palermitano, muoveva dalla impossibilità di coesistenza di una diarchia formata da personalità ambedue forti e volitive che avevano ben coscienza della straordinaria rilevanza storica dell’impresa ed erano, per ciò stesso, destinati a scontrarsi nell’ambizione di guidarla ed egemonizzarla. Si tratta, in fondo, dell’aspetto siciliano del conflitto di competenza determinatisi in tutta Italia per la gestione della nuova fase di vita italiana, tra gli organi del PNF e quelli dello Stato, sciolta perentoriamente da Mussolini proprio nei giorni della esplosione della “vicenda Cucco” in favore delle gerarchie dello Stato e cioè dei prefetti e con la destinazione dei federali a una funzione subalterna. Pertanto, Cucco fu travolto, al di là di ogni dubbio o perplessità che le accuse di Mori potevano ragionevolmente suscitare, perché Mussolini volle dimostrare che l’opera di risanamento della Sicilia sarebbe andata avanti senza tentennamenti e senza riguardi per alcuno, come avrebbe dimostrato successivamente anche con la pratica destituzione dalla carica di comandante delle Forze Armate in Sicilia, del suo ex ministro della Guerra, gen. Di Giorgio, il cui fratello era rimasto coinvolto nella repressione delle bande mafiose del Messinese».

Al di là di questo e altri errori o manchevolezze, che indubbiamente non mancano, quello che emerge in buona sostanza è l’immagine di una mafia sgretolata nelle sue finanze e nelle sue “cinghie di trasmissione” con la popolazione, colpita a morte fino ai vertici e costretta alla fuga negli Stati Uniti d’America con diversi grossi esponenti, oppure a mettersi “in sonno”. La lotta culturale continua anche negli anni ’30, accompagnata da elementi concreti quali le politiche di “bonifica integrale” e “assalto al latifondo”, volte al rinnovamento sociale ed economico della regione nel migliore spirito rivoluzionario dettato dal corporativismo. Intellettuali e sindacalisti di primo piano sono inviati dal regime a occuparsi della questione: Gentile, padre Gemelli, Alfredo De Marsico e Edmondo Rossoni i più importanti, per tentare di incidere in maniera duratura in una regione dove l’opera politica è appena all’inizio. Senza contare la vittoriosa guerra d’Etiopia, che dà alla Sicilia l’opportunità di proporsi quale “centro geografico dell’Impero” dal 1936, crocevia di fiorenti traffici culturali e commerciali. Soprattutto, emerge il tentativo, seppur lento e graduale, di fare del meridionalismo una questione nazionale, da affrontare in maniera ben diversa dalle modalità messe in mostra nel dopoguerra. Questa serie di opportunità non si esprime in tutte le sue potenzialità a causa del secondo conflitto mondiale e Tricoli annota: «È oltremodo significativo che il fronte agrario mafioso si sia ricomposto, tra il ’42 e il ’43, e quindi già in un momento di grave crisi dell’Italia fascista, proprio in avversione all’iniziativa di liquidazione del latifondo siciliano, fino a ricostituirsi come autentico blocco, prima a sostegno dello sbarco alleato, nel luglio ’43, poi come struttura portante, anche istituzionale, della Sicilia antifascista».

Già nel 1941 l’imprenditore e politico antifascista Lucio Tasca (futuro sindaco di Palermo) aveva lodato il latifondo in contrapposizione al regime, segnando inconsapevolmente una clamorosa “autorete” paragonabile a quella di Orlando. Insieme all’Italia democratica nasce l’Italia mafiosa il cui sviluppo non conosce ostacoli dal dopoguerra ad oggi, come la cronaca ci ricorda ogni giorno. Un’organizzazione criminale capace di prosperare fino a espandersi sul piano nazionale e internazionale ad altissimi livelli, e uccidere i pochi servitori dello Stato degni di questo nome come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Quest’ultimo nome compare non a caso, in quanto il magistrato fu amico fraterno di Tricoli, crescendo nei medesimi ambienti politici in cui si distinse anche Beppe Niccolai. Il lascito del Professor Tricoli è chiaro: il retaggio fascista e la lotta alla mafia vanno di pari passo, secondo un’interpretazione e un’azione concreta che non sarebbe errato recuperare oggi sia in sede storica che operativa e politica, senza il timore di avvicinarsi a un periodo irripetibile del tragitto nazionale, in cui oltre alle ombre emergono moltissime luci.

Francesco Carlesi

(Leggi anche la prima e la seconda puntata dell’articolo)

 

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