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Roma, 1 apr – Delocalizza, inno rock dei Lucilio s’è Smarrito Seneca contro le nefande politiche economiche che hanno colpito al cuore l’Italia, colpisce al cuore e invita a pensare: saremmo in queste condizioni, anche ora in piena emergenza coronavirus, se avessimo tenuto alto il nostro orgoglio nazionale e ci fossimo tenute strette le nostre industrie?

“Il coronavirus dimostra che il re è nudo”

“Il brano nasce qualche tempo fa per restituire l’istantanea di un operaio che guarda “il deserto che cresce” dietro alla dismissione industriale dell’Italia, una vera e criminogena pianificazione al contrario” ci spiega Antonio, chitarrista del gruppo romano. “L’idea di declinarlo poi con un video-denuncia in questa quarantena assieme a tanti amici, lavoratori, ci è sembrato un modo corretto per uscire da questa operazione di “spoliticizzazione” di massa operata da governo e mainstream davanti alla crisi del coronavirus”. Il video, infatti, nella sua semplicità esprime una denuncia senza orpelli: la band e i suoi fan esibiscono cartelli che riportano slogan contro la delocalizzazione e invitano a produrre (e a consumare) italiano. “No ragazzi: non sta avvenendo un evento imprevisto” dicono ancora i membri della band “sta avvenendo qualcosa che è riuscita a mostrare che il re è nudo. Una nazione senza produzione corrisponde a un popolo senza difesa. Inerme”.

“Fabbriche chiuse, merci in libertà”

Non è un caso che proprio ora i Lucilio abbiano deciso di “prendere di mira” la pratica della delocalizzazione: pensiamo a quante fabbriche hanno chiuso i battenti anni fa e che oggi ci sarebbero tornate utili per produrre mascherine e ventilatori polmonari. “Che cosa c’era da aspettarsi dalla “mano invisibile” del mercato?” ci dicono i Lucilio “questo, il trionfo degli spettri: fabbriche chiuse, uomini sbarrati in casa. Mentre a vivere in “libertà” da un mese a questa parte sono rimaste solo le merci…”

“Delocalizza”, il videoclip diventa un caso

Un discorso a parte merita, come dicevamo, il video del pezzo Delocalizza: “E’ diventato nel giro di poche ore un piccolo caso” ci dice la band. “Condiviso sui social così tanto da incuriosire la stampa, sindacalisti attenti alla questione nazionale, assieme a diversi osservatori con l’occhio fortunatamente non impigrito dal luogo comune. Ma noi ringraziamo prima di tutto il pubblico che apprezzato e condiviso l’idea che sta alla base del brano: veicolare non un’indignazione astratta e dispersiva ma un atto di accusa formale nei confronti di chi ha smantellato l’Italia “faber”.

“Dare la sveglia allo status quo”

In fondo, spingere i propri ascoltatori a diventare essi stessi parte di un progetto è la vocazione dei Lucilio s’è smarrito Seneca: “La nostra non vuole essere solo una band. Ci piace immaginare tutto come un progetto di servizio: una scena rock indipendente italiana è finita a reggere il biberon nei talent show? O peggio ancora, a reggere il microfono agli ultrà dello status quo… Chi? Ma le sardine, certo. E noi siamo qui per aiutare a riconnettere un po’ le coordinate. Stesso discorso, come avete visto, per il mondo del lavoro, per quello sociale, per non parlare dei melliflui e minimalisti salotti della cultura”. “Fare rock è dare la sveglia a tutto questo” ci dicono i Lucilio.

Una colonna sonora per la rinascita

E cosa, se non la musica, può aiutarci in questi giorni in cui noi italiani siamo isolati dai nostri cari, dall’essenza delle nostre città? “Nonostante il dolore che sta attraversando l’Italia, a cui ci inchiniamo in silenzio, stiamo lavorando con predisposizione proprio su questo” rivendicano i Lucilio. “C’è tanta voglia di donare una colonna sonora alla ricostruzione di questa “città giardino” che per noi è l’Italia”: e noi insieme a loro speriamo che Delocalizza sia solo l’introduzione a un’opera che celebri la rinascita dell’Italia – non solo dal coronavirus, ma dalle macerie in cui è stata ridotta da decenni di politiche scellerate.

Ilaria Paoletti

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