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Roma, 16 gen – Qualcuno diceva che il cinema è l’arma più forte. E tuttora sono in molti a ritenerlo ancora un assioma valido, basta vedere come viene usato a scopi propagandistici e politici. Ma oltre che un messaggio politico più o meno efficace, ciò che (quasi) qualunque pellicola può diventare è uno specchio, una cartina di tornasole che possa aprire gli occhi sulla società che l’ha partorita o per cui è stata pensata. Ed è proprio questo il senso dell’ultimo libro di Riccardo Rosati, Cinema e Società, in uscita in questi giorni per Tabula Fati. Rosati, che già si era occupato di cinema nei precedenti lavori Lo Schermo Immaginario, Dalla Katana al Revolver. Akira Kurosawa e Sergio Leone a confronto e Godzilla 2014 – scritto quest’ultimo a quattro mani con Luigi Cozzi – recensisce una selezione di film, evidentemente tra quelli a lui più cari, non tanto per analizzarli dal punto di vista cinematografico o tecnico quanto per usarli come specchio della società.

Da Scipione l’Africano alla Grande Bellezza

Per farlo sceglie film distribuiti geograficamente e cronologicamente, portando ad esempio tanto film americani quanto italiani, sia recenti che dei decenni passati. Tra quelli “nostrani” spicca indubbiamente il capitolo su Scipione detto anche l’Africano, film di Luigi Magni del 1971 con Vittorio Gassman e i fratelli Mastroianni, tutt’altro che un adattamento storiografico delle vicende del noto condottiero ma piuttosto racconto di come il valore di un grande uomo possa essere visto come un pericolo in un’epoca di mediocrità. Ma anche manifesto di una Roma “sempre in bilico tra vocazione universale e anima provinciale” per usare le parole dell’autore. Molto “sentito” anche a causa della professione di Rosati – è un museologo – il capitolo su La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino, manifesto di una Roma eternamente bella ma oramai dormiente, quasi spenta, vissuta da una classe pseudo-intellettuale annoiata e decadente.

Il Giappone e Mishima

Tra gli “stranieri” spiccano forse i capitoli su The Machinist – L’uomo senza sonno (Brad Anderson, 2004, con Christian Bale) e i suoi labirinti della mente e The Believer (Henry Bean, 2001, con Ryan Gosling) di cui viene fornita una insolita analisi a 360 gradi che ne sonda tutta la profondità forse sottovalutata dalla maggior parte di critici e spettatori.
La seconda parte del libro è interamente dedicata all’Oriente – altra grande passione di Rosati, autore di Perdendo il Giappone oltre che del già citato lavoro su Kurosawa e di saggi su manga e anime – e al suo cinema, pretesto per passare dal cinema alla società e alla cultura orientali ma anche per rimarcare le profonde differenze che spesso creano un muro invalicabile tra un occidentale e un orientale – perfetto in questo punto il capitolo sul film Lost in Translation.

Tra i film analizzati va poi citato Yukoku, “Patriottismo”, prima e unica opera cinematografica di Yukio Mishima che narra del fallito colpo di stato in Giappone dei “giovani ufficiali” del febbraio ’36, che se riuscito avrebbe forse cambiato le sorti del secondo conflitto bellico spingendo l’Impero del Sole contro la Russia piuttosto che contro gli Usa, e che di fatto assurge a manifesto e testamento spirituale e politico dello scrittore nipponico. Menzione a parte per il saggio in appendice a firma di Stefano Coccia dedicato a Zardoz, film del 1974 di John Boorman con Sean Connery e Charlotte Rampling, pellicola assolutamente ostica ma carica come pochissime altre di significati filosofici, nietzschiani e simbolici – Boorman fu il regista anche dell’immenso Excalibur – tutti ampiamente ed esaustivamente colti e sviscerati dall’autore.

Carlomanno Adinolfi

1 commento

  1. Il cinema è forte solo per chi non sa che il vero cinema è la sua vita… Quindi è valido solo quando aiuta in questo senso chi si è perso e ha bisogno d’ aiuto.

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