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Roma, 2 gen – Sanpa è una serie originale Netfix e indaga su “luci e ombre” (ma per lo più sulle ombre) della comunità di San Patrignano, improntata al recupero dei tossicodipendenti, nata nel 1978. Una buona operazione mediatica che non tiene affatto conto di ciò che è accaduto dopo il 1995 e neanche di un buona parte della verità.



Sanpa e l'”operazione Osho” made in Italy

Parliamoci chiaro, non fosse esistita Wild Wild Country, serie che narrava la fine del sogno della comunità del guru della new age strettasi attorno al santone Osho, Sanpa non avrebbe mai visto la luce. La serie sulla comunità dell’Oregon non solo aveva molta carne alla brace, ma ha avuto un immenso successo commerciale e di critica. Qualcuno, dunque, ha tentato l'”operazione Osho” in Italia. E lo ha fatto scegliendo l’unica realtà che ha affrontato i suoi demoni, li ha condannati e ha pagato e conseguenze delle sue azioni negative.

Black Brain

Impostazione politica e poca ciccia

Sin dai primi 10 minuti, quando grazie alla testimonianza di Walter Delogu si parla di neofascisti e di quanto fossero, invece, belle e disponibili le ragazze di sinistra, il “tiro” pare immediato. Poi arriva la testimonianza di una donna ospite per un anno della comunità che, invece, veniva dalla militanza di sinistra che è più critica. La cosa che pare lampante, nelle cinque puntate di Sanpa, è che di ciccia ce n’è ben poca.

Le testimonianze e le musiche “a tinte fosche”

Le testimonianze raccolte sulla comunità di San Patrignano e sul suo fondatore Vincenzo Muccioli – e quelle spontanee frutto di archivio –  sono per la maggior parte positive. E nonostante il montaggio fatto di un sapiente uso di musiche drammatiche e a tinte fosche, di testimonianze che solo all’apparenza sembrano piene di pathos e con poca razionalità ma invece si basano su fondate esperienze e di altrettanto sapienti estratti dei discorsi dello stesso Muccioli (quelli in cui per sua stessa ammissione sostiene di usare il pugno di ferro), non riesce a non emergerne un ritratto tutto sommato positivo.

Il personaggio di Muccioli

Per paradosso, la questione più spinosa o controversa, e cioè quella relativa al famoso processo delle catene e all’omicidio di Roberto Maranzano, è quella su cui si spende meno tempo. Il perché è presto detto: la realtà processuale è acclarata. Le responsabilità sono state assunte. Muccioli ne emerge un personaggio, comunque, gigante che per difendere la sua creatura e la sua comunità si è preso delle responsabilità giuridiche e morali immense. E ha pagato.

Montaggi sapienti e il “sistema”

Ma la comunità esiste, tutt’ora e per quanto gli autori della serie (scritta dall’attore e autore Carlo Gabardini con il giornalista Gianluca Neri e lo sceneggiatore Paolo Bernardelli) tentino di sottilmente gettare ombre sull’operato di Muccioli aggiungendo sotto alla drammatica testimonianza di Villaggio la musica ridanciana dei suoi film, o puntando sull’emotività di Red Ronnie, o con gli spezzoni di Mike Bongiorno, o inserendo le testimonianze della famiglia Moratti sul loro sostegno in un montaggio teso a far passare l’idea di San Patrignano come comunità inattaccabile e difesa dal sistema (quando sappiamo bene che quelle che ci raccontano non sono dinamiche che possono scandalizzare l’italiano medio), il messaggio arriva diluito e poco graffiante.

Netflix e gli argomenti tabù

Insomma, in breve, dato che a differenza della comunità di sannyasin in Oregon quella di San Patrignano esiste ancora e ancora oggi aiuta i tossicodipendenti, l’operazione Osho ha funzionato solo a livello di battage pubblicitario. Peraltro, Muccioli è morto nel 1995 e non può replicare a molte delle simil-accuse mossegli – soprattutto riguardo alla cura che ha cercato di avere dei malati di Aids. Sarebbe stato più interessante prendere di mira ben altre cooperative, magari quelle legate all’immigrazione e molto più protette in alte sfere, a fronte del merito, rispetto a quella di San Patrignano. Ma si sa, in Italia alcuni argomenti sono tabù – e su Netflix non passeranno mai.

Ilaria Paoletti

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