Londra, 5 nov – La prossima primavera Terry Gilliam, noto regista e storico membro dei Monty Python, avrebbe dovuto dirigere la commedia musicale Into the woods presso il teatro londinese Old Vic. Ma non potrà farlo, perché il teatro l’ha stralciato dal programma e gli ha dato il benservito. Il motivo? Ovvio: Gilliam è «transfobico». In pratica, incarna il male assoluto. Già finito nell’occhio del ciclone per aver criticato il movimento MeToo, che aveva definito «una vera e propria caccia alle streghe», anche le sue bordate all’ideologia gender non sono piaciute alle «minoranze oppresse» degli Lgbt. Risultato: squalifica sociale e impossibilità di lavorare.



La provocazione di Terry Gilliam

Tra le tante uscite dell’80enne Terry Gilliam che non sono piaciute ai talebani arcobaleno, questa è senz’altro quella che li ha destabilizzati di più: «A Hollywood c’è molta pressione affinché un personaggio transgender sia interpretato da un attore transgender. È ridicolo. Non si può più ridere di nessuno. Sono stanco, come maschio bianco, di essere incolpato di qualsiasi cosa. Perciò voglio che mi chiamiate Loretta: lesbica nera in transizione».

Monty Python sotto attacco

Ma Terry Gilliam non è l’unico membro dei Monty Python a essere stato preso di mira dalle truppe Lgbt. Anche John Cleese ha avuto parecchie rogne. In un’occasione per aver osato dire che la Londra multietnica di Sadiq Khan «non è più una città inglese». In un’altra, per aver difeso la scrittrice J. K. Rowling, mamma di Harry Potter, dagli attacchi dei paladini del gender. Rispondendo alle tante critiche ricevute su Twitter, Cleese ha difeso fino all’ultimo le sue posizioni, non mancando di far ricorso all’arma dell’ironia: «Sotto sotto io voglio essere una poliziotta cambogiana. È concesso, o è poco realistico?». E ancora: «Se non riuscite a controllare le vostre emozioni, siete costretti a controllare il comportamento degli altri. Ecco perché i più sensibili, permalosi e facilmente impressionabili non dovrebbero imporre degli standard di condotta al resto di noi».

Elena Sempione

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