Roma, 14 nov – E’ di recente uscito al cinema e su Netflix il film dedicato alla drammatica vicenda di Yara Gambirasio, ragazzina scomparsa il 26 novembre del 2010 a Brembate di sopra (Bergamo) e ritrovata senza vita 3 mesi dopo. Per l’omicidio sta scontando condanna all’ergastolo Massimo Bossetti, che non ha mai smesso di dichiararsi innocente e di chiedere ulteriori esami del DNA sulle prove considerate “secondarie” dalla Magistratura. Tuttavia, l’idea di un film che rappresentasse fedele racconto della vicenda sarebbe potuta rivelarsi efficace e rispettabile.



Un contenitore di verità parziali

Non a caso è lunga la lista di pellicole realizzate in memoria di eventi anche drammatici realmente accaduti. Purtroppo in questa occasione il risultato dell’opera è ben lontano da un lavoro meritevole di complimenti e lodi. Pertanto, riteniamo doveroso spiegare le motivazioni che ci portano a ritenere Yara un film di cui avremmo fatto volentieri a meno. In primis, pesano le dichiarazioni dei genitori della ragazzina scomparsa, che hanno raccontato di non essere stati interpellati in alcun modo nel corso delle riprese. Stando alle parole dei coniugi, sarebbero venuti a conoscenza della pellicola solo a lavoro oramai ultimato. Una prima spiacevole notizia che rende di fatto il lavoro contenitore di verità parziali, privo dell’apporto informativo che avrebbero potuto fornire i genitori della vittima.

Yara, un film politicamente corretto colmo di voli pindarici

Inoltre, indirizzando l’attenzione verso il contenuto della pellicola, osserviamo come la figura della stessa Yara Gambirasio sia inspiegabilmente marginale nella trama. Ad essa vengono dedicati pochi minuti di riprese, con il resto del film incentrato in prevalenza sulla figura del pubblico ministero Letizia Ruggeri (Isabella Ragonese). Con una trama imprecisa e colma di voli pindarici, il vero intento dei produttori è sembrato quello di costruire l’ennesima opera politicamente corretta. Nucleo del film appaiono essere le discriminazioni dei colleghi nei riguardi del pubblico ministero, figlie di una visione patriarcale che prevale sulla necessità di risoluzione del caso. Come potrebbero nella realtà dei semplici pubblici ufficiali discriminare e sfavorire nelle indagini un pubblico ministero incaricato non è dato sapersi.

Inoltre, è la stessa dott.ssa Ruggeri, eletta dal regista a “eroina” contro i mali del maschilismo imperante, a commettere un madornale errore: il fermo immotivato, con tanto di raggiungimento navale in alto mare, del marocchino Mohamed Fikri, intercettato in una telefonata mentre parlerebbe di Yara. Tuttavia, ben presto nel film si scopre che il giovane si stesse riferendo a tutt’altra tematica e che il fermo deriverebbe da un errore dei traduttori delle forze dell’ordine. Vicenda che nulla c’entra con un film incentrato su Yara e che porta la trama ad assumere i contorni dello squallore quando avallata dalla presenza del “nordista” Senatore Nigiotti, intento a trovare negli immigrati il capro espiatorio del delitto.

All’oscuro della famiglia?

Ulteriore tristezza è recata dagli interpreti della famiglia di Yara, avulsi dagli aggiornamenti delle indagini tramite un distacco forzato dalle scelte della Ruggeri che non è immaginabile per genitori coinvolti in un simile accaduto. Anche in ragione di ciò, riteniamo che l’intero filmato sia distante dall’attenta valutazione degli episodi reali riguardanti il delitto. L’intento reale altro non sembra che quello di creare un prodotto espositore di contenuti politici femministi e di lotta alle prevaricazioni di genere. Per ottenere ciò sarebbe bastato il solito film romanzato e ripetitivo a cui il politicamente corretto ci ha abituati. E’ tuttavia ingiusto e deprecabile che per produrre simile risultato si sia utilizzata, all’oscuro della famiglia, la figura di una ragazzina uccisa in circostanze drammatiche. Pertanto, è proprio questo che dovrebbe provocare offesa e sconforto anche agli occhi delle donne.

Tommaso Alessandro De Filippo

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1 commento

  1. Non hanno perso il vizio di lucrare sulle disgrazie altrui circa le quali pur non comprendendo un bel niente si ritrovano sempre impuniti ad imporre la loro visione pressoché inutile, se non dal punto di vista diffamatorio e cinicamente strumentale.

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