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Roma, 2 ott – Succede, nell’indecifrabile mondo del calcio, che d’improvviso la parola pallone non faccia più rima con programmazione. La nostra scuola di allenatori risultati e bacheche alla mano – è la migliore d’Europa (e quindi dell’intero globo). E però, per un inspiegabile contrappasso, la carriera dei tecnici italiani è spesso appesa ad un filo. O per lo meno agli altalenanti umori di presidenti e dirigenze.



Serie A: Di Francesco e Semplici i primi allenatori a saltare

Nella massima competizione nazionale al termine della sesta giornata sono già due le panchine “saltate”. Fatale fu la terza a Di Francesco e Semplici, i quali hanno salutato rispettivamente Verona e Cagliari (al loro posto Tudor e Mazzarri).

Nonostante l’ex centrocampista di Roma e Piacenza abbia ormai fatto il callo all’instabilità – anche nella fortunata esperienza sassuolese, quando da neopromosso nel giro di 5 partite fu prima esonerato poi richiamato – quest’ultima bocciatura dopo soli 270’ di gioco ha un sapore particolarmente amaro.

Diversa la carriera del toscano: prima i successi nell’alto dilettantismo poi, soprattutto, il doppio salto con la Spal, portata tra il 2015 e il 2017 dalla Lega Pro alla A. L’avventura isolana, iniziata nello scorso febbraio, racconta di un finale di stagione da urlo con 15 punti raccolti nelle ultime 8 partite (l’indolore sconfitta casalinga contro il Genoa è arrivata a salvezza già ottenuta). Un’estate per lavorare partendo da quel miracolo sportivo, appena tre gare per “meritarsi” l’esonero.

Programmazione, questa sconosciuta

Il difetto ormai è endemico, a dimostrarlo il fatto che tutto il movimento ne sia coinvolto. Piccole, medie, grandi si ritrovano ciclicamente a fare i conti con l’ansia da risultato. Anche l’aziendalissima Juventus, presa spesso a esempio per le impeccabili gestioni sportive, nell’ultimo triennio è finita nel tritacarne del tutto e subito. Dal giochista Sarri – che comunque ha portato lo scudetto a Torino – all’esperimento Pirlolandia per tornare al risultatismo di Allegri, al quale però è stata riconsegnata una squadra snaturata nei concetti più che negli uomini.

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Va bene, una delle leggi non scritte del calcio è quella che, quando i risultati non arrivano, a pagare per primi– e per tutti – sono sempre gli allenatori. Non stiamo parlando solo dei casi limite tra Zamparini a quota 51 mister cacciati tra Venezia e Palermo, Cellino – 32 a Cagliari, 9 a Brescia – e l’ormai ex patron del Genoa Preziosi, con 27 in 18 annate.

Il costo del cambiamento

Oltre agli aspetti tecnici – per assimilare al meglio una nuova impostazione di gioco servono mesi – quelli economici. Avere a busta paga due o più allenatori pesa (eccome) anche sui conti delle società. Per l’annata corrente gli avvicendamenti sono già “costati” in misura considerevole. Di Francesco è ancora a bilancio dell’Hellas con un biennale da 1,5 netti a stagione (in totale 5,3 lordi). Il contratto di Semplici – in scadenza al 30/06/2022 – comporta invece per la squadra dei 4 mori un esborso totale di 1,4.

A questi vanno aggiunti anche i cambiamenti estivi di Inter e Juve. La buonuscita di Conte – avvenuta per divergenze sui programmi a lungo termine – ammonta nel complesso a 12 milioni, l’ultima annualità del Maestro circa 4. In tutto fanno quasi 23 milioni, e siamo solo a inizio ottobre…

Marco Battistini



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