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Roma, 2 gen – Se dovessimo scegliere l’immagine simbolo di questo pallone 2.0, del calcio ai tempi del Covid-19, la scelta ricadrebbe sicuramente su quella di un desolante stadio vuoto. Oltre all’impossibilità di seguire dal vivo lo sport popolare per eccellenza, siamo costretti a “goderci lo spettacolo” in confino sul divano. Senza il caratteristico sottofondo fatto di cori, sfottò e striscioni ironici.

Insomma, se per Giovenale nell’antica Roma il popolo desiderava solamente “panem et circenses”, gli italiani del terzo millennio, travolti dalla tempesta della pandemia – e relativi dpcm – stanno rimanendo senza cibo e senza gladiatori da tifare.

Calcio e Covid-19: i dubbi degli addetti ai lavori

Tommaso Giulini, presidente del Cagliari, al termine dell’incontro casalingo della squadra sarda contro il Crotone, si è detto “profondamente deluso nel rivedere gli stadi senza pubblico” nonostante fossero sempre state garantite le condizioni di sicurezza. Alza poi il tiro affermando che “il calcio e i suoi 300mila lavoratori hanno bisogno dei tifosi allo stadio“.

Stesso concetto riportato qualche giorno più tardi dall’allenatore scaligero Ivan Juric, il quale al termine della sfida di Coppa Italia tra il Verona e il Venezia, ai microfoni di Hellas Channel ha ribadito che anche solo mille spettatori assicurano quella sensazione di giocare per qualcuno. L’allenatore croato si era già espresso in merito la scorsa estate, quando senza tanti giri di parole ammise che in mancanza di pubblico è impossibile parlare di calcio. Confermando che il carrozzone va avanti solamente per i soldi e per i diritti tv.

Concentrazione e personalità

Ma a livello tecnico, che cosa comporta per una squadra giocare costantemente a porte chiuse? Per il momento fare previsioni di lungo periodo su quanto i valori vengano effettivamente modificati da questo fattore è difficile. I primi mesi passati in assenza di pubblico ci lasciano comunque un paio di spunti “interessanti”.

Il primo dato che balza all’occhio di un attento osservatore è che statisticamente si segna molto di più. Confrontando le prime cinque giornate dell’attuale campionato con quelle dello scorso, giocato naturalmente in presenza di pubblico, notiamo un aumento delle realizzazioni pari al 30% (141 contro 183). Una tendenza simile è stata riscontrata nella fase finale della stagione scorsa ma anche in Premier League. Attaccanti più determinati quindi o difese più ballerine? La seconda opzione sembra quella più accreditata, in quanto giocare a porte chiuse comporta, anche inconsciamente, una diminuzione della concentrazione da parte degli attori in campo. Virtù, la capacità di “tenere attaccata la spina” per tutti i 90′ di gioco, indispensabile per ogni calciatore che giochi dalla linea mediana in giù.

Più forti gli attacchi o peggiori le difese?

Una delle tante regole non scritte del pallone dice che un errore dell’attaccante – e in queste giornate di grossolani svarioni sottoporta ne abbiamo visti – pesa molto meno rispetto alla frittata di un difensore/portiere. Dettagli che decidono le partite e fanno perdere punti pesanti: una marcatura troppo morbida su calcio piazzato, una mancata copertura difensiva a palla scoperta o una diagonale troppo profonda che tiene in gioco l’avversario. Numerose occasioni concesse di cui molte concretizzate e, come direbbe Costacurta, parecchie figure da cioccolataio per terzini e mediani.

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Il secondo punto da analizzare riguarda la gestione puramente emotiva propria di ogni singolo giocatore. Ci sono atleti che garantiscono un rendimento costante al di là dell’importanza della gara e della cornice di pubblico. Campioni completi come Cristiano Ronaldo difficilmente tradiscono così come, seppur in maniera diversa, i silenziosi gregari alla Gagliardini. Ce ne sono altri, per lo più estrosi, che davanti al grande pubblico si esaltano. Come non ricordare Zibì Boniek, il polacco della Juventus a cui la pungente ironia dell’avvocato Gianni Agnelli appiccicò l’etichetta “bello di notte”. Oppure l’olandese Clarence Seedorf, unico calciatore ad aver vinto la Champions (da protagonista) con tre squadre diverse. Nelle oltre mille presenze in carriera sovente uscì tra i fischi a causa di prove incolore contro le provinciali. Infine ci sono giocatori, giovani in particolare o atleti più maturi che però difettano in personalità, ai quali “tremano le gambe” di fronte alle esigenti platee. Non è da tutti reggere la pressione di un San Siro, di un Olimpico o di un San Paolo.

Milan capolista: Ibra, Pioli e un insolito aiutino

Guarda caso al comando di questa inusuale stagione di calcio e Covid-19 troviamo il Milan, secondo il Cies squadra più giovane dei maggiori campionati europei (età media 24,5 anni). In rampa di lancio Colombo e il figlio d’arte Maldini, entrambi 2001, il colpo Tonali e la conferma del ventunenne ma ormai veterano Donnarumma. Ricordando comunque il peso tecnico, fisico e mentale del sempreverde leader Ibrahimovic, che di primavere sulle spalle ne ha 39.

Senza nulla togliere ai meriti di Pioli, la squadra ha sicuramente tratto vantaggio dalla tranquillità che si può avere giocando in impianti deserti. A maggior ragione se si parla del raffinato pubblico milanese che, storicamente, ha la contestazione facile. Appannaggio della linea verde anche la maggiore compressione del calendario 2020/21, che per un lungo periodo vedrà partite ogni 3 giorni. Questo a causa della partenza con oltre un mese di ritardo rispetto al solito. Anche nel professionismo il recupero psico-fisico a vent’anni è biologicamente più veloce rispetto a chi è sulla soglia dei trenta.

La brutta copia del “calcio Covid-19”

Qualche mese di porte chiuse sembrano averci consegnato uno sport diverso da quello che eravamo abituati a conoscere. Le normative di contrasto anche nel calcio al Covid-19 sapranno dirci quando (e se) si potrà tornare alla normalità, quando (e se) si potrà tornare a tifare, ad applaudire e, perché no, anche a fischiare. Il corso dell’annata calcistica, invece, se quanto analizzato in queste righe è frutto del caso o se, al contrario, sarà una componente decisiva. Nel frattempo conviviamo con quella che ha tutta l’aria di essere una brutta copia. Chi s’accontenta gode, così così.

Marco Battistini

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2 Commenti

  1. Sarà anche crisi per il pallone … forse il primo aiuto potrebbero darlo calciatori, allenatori ecc. con una riduzione del loro stipendio del 90%.
    I lavoratori del turismo sono in grave crisi, i giovani sono sfruttati in modo immorale, le giovani donne se provano a fare un bimbo perdono il posto, i tagli al bilancio della sanità fanno vivere momenti di disperazione a tanti italiani, le mense per i poveri sono piene … gli stadi vuoti fanno tristezza ma prima ci sono molte altre priorità, molte davvero.

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