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Roma, 23 feb – L’ex centrocampista di Milan e Inter Clarence Seedorf sostiene di non riuscire a trovare lavoro come allenatore per colpa del razzismo. La sua tesi, sostanzialmente, è che nessuno lo chiama per allenare un’importante squadra europea perché è nero. Funziona così ormai, no? Ma Seedorf non disperi. Nell’era del Black lives matter basta giocarsi la carta del razzismo – frignando, possibilmente – e prima o poi qualcosa si muove.

Discriminazione vera o presunta?

Seedorf, intervenuto proprio in vista del derby cittadino tra Milan e Inter, ha approfittato di un’intervista esclusiva rilasciata alla Gazzetta dello Sport per puntare il dito contro la presunta discriminazione nei confronti degli allenatori di colore. Libero da più di un anno e mezzo e arrivato alla fine della sua avventura alla guida della selezione camerunense, da luglio 2019 Clarence Seedorf non vede l’ombra di una nuova sfida all’orizzonte. E siccome lui si ritiene un fuoriclasse, uno che primeggia anche nell’allenare le squadre, il motivo della sua disoccupazione è da scriversi a un solo motivo. Per il colore della sua pelle. Il che fa abbastanza sorridere, in un mondo sportivo sul quale incombe il ricatto morale del Blm.

Se Seedorf non lavora è colpa del razzismo

Una situazione di certo frustrante per l’ex centrocampista olandese, che ha iniziato la sua carriera come allenatore sulla panchina del Milan nel 2014, per poi approdare allo Shenzhen poi a La Coruña. «Ho giocato per 12 anni in Italia ma dopo aver allenato il Milan, nonostante un buon lavoro, non ho ricevuto telefonate. L’Olanda è il mio paese, ma ancora una volta, nessuna chiamata», si lamenta. «Quali sono i criteri di selezione? Perché i grandi campioni non hanno chance in Europa, dove hanno scritto pagine di storia del calcio? Perché (Patrick) Vieira deve andare a New York e (Thierry) Henry in Canada?», si chiede.

Meritocrazia o “quote nere”? 

«Per gli allenatori non ci sono pari opportunità: se guardiamo i numeri, non ci sono persone di colore nelle posizioni di maggior potere nel calcio», denuncia Seedorf. «Ma è un discorso generale, riguarda l’intera società: tutti, in particolare chi può cambiare le cose, devono sentire la responsabilità di creare un mondo meritocratico, di tenere aperte tutte le porte se si ambisce all’eccellenza. Perché i migliori risultati possono venire proprio dalla diversità». Davvero curioso il ragionamento di Seedorf: parla di meritocrazia, ma poi tira in ballo razzismo e colore della pelle. Scommettiamo, comunque, che i suoi piagnistei non cadranno nel vuoto.

Cristina Gauri

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3 Commenti

  1. e basta con questa storia del razzismo….
    nella vita ci sono sempre delle cose che non vanno come si vorrebbe:
    e ci si adatta alla vita,non si può pretendere che la vita si adatti a te.

    non seguo il calcio e non so se sia valido o meno questo tizio,
    ma se è in gamba come dice e ritiene di non essere sufficientemente valutato
    per via del suo colore,non deve far altro che andare ad allenare una squadra africana…
    e portare QUELLA,sullla cima del mondo.

    e allora vedremo…noi e anche lui,
    se è una questione di razzismo nostro o di incapacità sua.

  2. Poverino tutta colpa di noi bianchi occidentali razzisti e cattivi.
    Perché ovviamente in Africa tra i suoi fratelli il razzismo non esiste, vero?
    Tutti i neri africani sono sempre meravigliosamente e amorevolmente uniti, solidali, e fratelli tra etnie diverse vero?
    Non c’è manco l’ombra del razzismo in Africa tra gli africani, vero?

  3. Oh seedorf quando giocavi nel milan ti adoravo,ma fare l’allenatore non è il tuo mestiere punto rassegnati. Sei andato ad allenare in Cina per una valanga di soldi e sei stato esonerato dopo 2 vittorie 6 pareggi e 6 sconfitte,sei andato al deportivo in Spagna e anche li pareggi e sconfitte. Nel frattempo tu e e i tuoi giocatori passavate più tempo in discoteca che in campo ,visto che con te l’allenamento inizia alle 3 del pomeriggio. O cambi e diventi un vero allenatore o ti trovi un nuovo lavoro

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