Roma, 11 mar – Come per gli argentini “la mano di Dio” è sinonimo di Maradona e di Coppa del Mondo 1986, così per i russi è il colpo di tacco. Lo chiamano “streltsov”, a imperitura memoria della vittoria ai Giochi Olimpici del ’56 e del numero 10 Eduard Anatolyevich Streltsov. Medaglia d’oro della nazionale che fu, al contempo, primo trofeo calcistico, e prima volta che l’Urss si attestava sulla vetta del medagliere olimpico, scalzando gli Usa.

Eduard Streltsov, il Pelé bianco finito nei gulag

Chi era Streltsov? Era il Pelé bianco, vi basta? Mai sentito quel nome – direte – non doveva esser poi così forte. Lo era eccome. Ma finì nei gulag. E Gulag è acronimo di Glavnoe Upravlenie Lagerej (Direzione Generale dei Lager), sistema di detenzione e sterminio attivo dal 1930, che il mondo conobbe grazie all’opera di Solženicyn. E Solženicyn è il Nobel per la Letteratura che il nostro Presidente, Giorgio Napolitano, tacciava d’avere infangato il buon nome – si fa per dire – della Rivoluzione con “rappresentazioni tendenziose della realtà dell’Urss”. Pertanto, di Streltsov e di GuLag, almeno in Italia, difficilmente sentirete parlare.

Figlio di Anatoliy che, reduce della Seconda Guerra Mondiale, sceglie di non far più ritorno sulla via di casa, Eduard – per gli amici Edik – nasce a Mosca nel 1937. Senza un padre, cresce nella misera periferia della metropoli. Ha una passione per i motori, le ragazze, la vodka e il pallone. L’equazione è facile: diventare bravo a pallone per raggiungere tutti quanti gli obbiettivi. Le squadre storiche della capitale sono cinque, la Spartak, il CSKA, la Dinamo, il Lokomotiv, la Torpedo. I colori di quest’ultima Edik li ha appesi, sin da bambino, nel cuore. Ancor oggi i tifosi di questa squadra sono detti avtozavodcy, ovvero “fabbricatori di auto”, essendo stata fondata da un piccolo sindacato operaio presso la fabbrica ZIS (Zavod Imeni Stalina), colosso automobilistico del paese. Streltsov, da operaio che ha precocemente abbandonato la scuola, vi esordisce a sedici anni. Fisicamente imponente, tecnicamente maturo. Sorta di Zaniolo senza Instagram e tatuaggi, che all’epoca non si usavano. Titolare inamovibile appena avviata la carriera, nel primo anno fa quattro gol, l’anno dopo ne fa quindici ed è capocannoniere del campionato. La chiamata in nazionale gli vale una tripletta d’esordio, la seconda che gioca sigla altri tre gol. Al quarto gettone di presenza, di reti ne ha all’attivo sette.

Né soldato, né poliziotto

Fuor di dubbio che nessuno di noi abbia mai visto l’equivalente di tutto ciò per un esordiente azzurro, né mai forse lo vedrà. Va Melbourne per i Giochi Olimpici e lì, in semifinale contro la Bulgaria, il suo tacco volante segna la rimonta ai tempi supplementari e, col deficit di due uomini in meno, l’insperato passaggio del turno. In finale c’è la Jugoslavia di Tito, dalla quale quattro anni prima sono stati eliminati, con gran smacco per Josif Stalin. Stavolta, i russi vincono per 1-0 ma Streltsov, per scelta tecnica discutibile, non gioca. Altrettanto discutibile la regola olimpica che, all’epoca, garantisce solo ai presenti in campo la premiazione. Simonyan, l’attaccante che lo ha sostituito, giudicandosi immeritevole di vestire quell’oro olimpico, gli porge la sua medaglia. Edik la rimette al collo del compagno, lo ringrazia con una pacca sulla spalla – “Nikita, ne vincerò altre”, gli dice.

Eroe nazionale, è presto fatto punta di diamante del progetto di conquista della Coppa Rimet – vale a dire il Mondiale – di lì a due anni. Gli viene offerto il passaggio al CSKA e poi alla Dinamo, squadre che sono l’una sotto il controllo dell’Armata Rossa, l’altra sotto quello del KGB. Ben altro prestigio sportivo, economico, politico, rispetto a una squadra di seconda categoria come la Torpedo. Ma lui, né soldato né poliziotto, rifiuta le due proposte. Scelta che andrà a segnare il suo curriculum, ovvero la cartella personale che la polizia segreta apre su di lui. E che, a ben vedere, prima ancora di rifiuto all’autorità di regime, è, più visceralmente, un rigettare l’emblema del padre, ufficiale sovietico, dal quale subì l’abbandono. Bello, vincente, si fa crescere i capelli con un ciuffo all’occidentale, veste completi all’inglese, e, fra compagni di spogliatoio, ammette, disinvolto, quanto gli costi il ritorno in patria, dopo ogni partita all’estero. La sua stella è segnata, cadrà anzitempo. A pilotarne la rovina sarà la stessa celebrità che l’ha innalzato. Eppure, non nel senso che essa darà alla testa, costandogli il talento come per molti calciatori, da George Best a Balotelli. A lui il talento non lo toglierà mai nessuno.

“Questo non è un eroe”

Il vero pericolo per Streltsov è, difatti, il trovarsi costantemente sotto i riflettori, oggetto di aspettative speciali, da una parte, e di particolare invidia, dall’altra, cose che possono costare caro in Urss. Cavalca la tigre, come recita il proverbio cinese: le donne lo cercano e lui non si sottrae, si allena e fa le ore piccole, beve e fuma. Per l’epoca non è certo una discriminante fumare o bere, e non lo sarà per qualche decennio ancora, considerando i nostrani Chinaglia e Riva. Al party al Cremlino con cui è celebrata la nazionale di ritorno dall’impresa olimpica, Edik è avvicinato da Ekaterina Furtseva, ministro del Politburo molto vicina al premier Krusciov. Questa vuol piazzargli in sposa la figlia Svetlana. Lui, dapprima scansa la risposta, parendogli surreale che la ministra di uno Stato comunista combini nozze alla stregua di un nobile del Settecento. Poi, viste le insistenze, risponde chiaro e tondo di essere già impegnato con la fidanzata, anche se nessuno sa che ne abbia una. Questo a inizio festa. A fine festa, con un bel po’ di vodka nelle vene, lo sentono dire che mai sposerebbe quella scimmia di Svetlana, perché piuttosto si farebbe impiccare. La cosa è udita da molti, uno dei quali deve riportarla direttamente alla Furtseva, che giura vendetta a quel “ragazzino presuntuoso e maleducato”. In vodka veritas e lo scapolo d’oro Streltsov nel ’57 sposa la sua fidanzata, che finora aveva tenuta nascosta dai riflettori.

La macchina del fango mediatica, che, da copione, precede quella della ghigliottina giuridica, ha già preso a mettersi in moto. Lo stesso anno in cui – ventanni non ancora compiuti – guadagna un prestigioso settimo posto per il “Pallone d’oro”, il Dipartimento del calcio sovietico lo critica per esser convolato a nozze durante la fase di pre-campionato. Rincara la dose il quotidiano Sovetsky Sport che, a seguito di un’espulsione, titola “Questo non è un eroe”, e pubblica i commenti di tifosi (presunti) che lo additerebbero a modello da non imitare tanto nello sport quanto nella vita civile.
Dribblando gli strali, fantasioso e col suo fiuto per il gol, guida la nazionale alla qualificazione per l’ambito Mondiale svedese. Sarà il mondiale del Brasile, snodo calcistico che consacrerà l’astro del diciassettenne Edson Arantes do Nascimento, poi meglio conosciuto come Pelé. Eppure, è lecito pensare che sarebbe potuta esser la consacrazione del “Pelé bianco” – come oggi i connazionali rievocano la cometa di Streltsov – se solo vi avesse partecipato. Perché Edik, in Svezia, non ci arrivò mai.

Le accuse e la condanna ai lavori forzati

Una sera, lascia il ritiro della nazionale per andare a un party a cui è stato invitato, assieme ai compagni Ogonkov e Tatushin. La dacia in cui si tiene la festa è a pochi minuti dagli alloggi della squadra, ed è di un tale Karakhanov, militare di carriera – si dovrebbe fiutare che la cosa è una trappola. Lì conosce un’affascinante donna di nome Marina Lebedeva, ci si intrattiene. Il giorno dopo, la Lebedeva, col volto tumefatto, si presenta alla questura di Mosca e denuncia Eduard Anatolyevich Streltsov. Con l’accusa di violenza carnale, Edik è prelevato dalle forze dell’ordine direttamente dal ritiro e lo stesso avviene per Ogonkov e Tatushin. La confessione della vittima lascia molti dubbi, eppure si intuisce da subito come l’accusato sia spalle al muro. L’allenatore della nazionale, Gavriil Kachalin, decenni più tardi avrebbe dichiarato come, dietro le quinte di quella tetra pantomima, vi fosse la diretta attenzione di Nikita Kruscev – cosa che, al suo pupillo, non poteva lasciar scampo. “Firma questo foglio” – gli propongono durante gli interrogatori – “è una confessione. Così ci risparmiamo le lungaggini burocratiche che ti impedirebbero di partecipare al mondiale, e dopo tutti si scorderanno di questa brutta storia”. Ingenuo, accetta. Il risultato? Una sentenza di 12 anni ai lavori forzati nelle miniere di Vyatlag. Colpiti anche i compagni di quel festino, interdetti a vita dal rappresentare l’Ursssui campi verdi. Né serve a nulla la protesta dei 100.000 operai metalmeccanici della ZIL, che sostengono la versione di Streltsov, ma il verdetto non è alleggerito di sorta. Abbandonato dalla moglie, Streltsov è così consegnato ai tentacoli del Gulag. Lì, in Siberia, riesce a calciare un pallone nelle rare occasioni in cui le guardie del campo permettono una partitella tra detenuti, fra un pestaggio ed una tregua dalle pene nel sottosuolo. Cinque anni dopo, lo rilasciano per buona condotta.

Libero, per sempre

Adesso è libero, ma squalificato a vita. Torna al lavoro in fabbrica, e nel tempo libero gioca nella seconda squadra della ZIS, sui campetti di livello dilettantistico, il cui accesso non gli è interdetto. I tifosi lo riconoscono e preferiscono seguire le sue partite che quelle della Torpedo. Già idolo ribelle, adesso è personificazione del sopravvissuto alla stagione delle purghe. Il Paese sta, in parte, ripulendosi dagli eccessi dispotici del passato e, uscito di scena Krushov, Breznev si smuove a revocargli la squalifica, nonostante una fetta del partito si opponga, per mantenere viva la damnatio memoriae. E’ il 1965, e dai suoi 21 ai 28 anni è stato lontano dal giro professionista: il periodo di maggior resa per la carriera di un calciatore, perduto. Subito rientrato con la maglia della Torpedo, segna 12 gol e lancia la squadra alla vittoria del campionato. Non può essere più quello di una volta, manca lo scatto, il tiro ha perso potenza, è appesantito, i capelli da Kirk Douglas sono caduti, nel volto pare più vecchio di trent’anni. Ma ha una visione di gioco nuova, totale, altruista, di volontario sacrificio. Ha perfezionato il tacco che lo aveva reso celebre ad un livello magistrale, non gioca più per se stesso ma per i compagni, e di nuovo torna titolare in nazionale. Vince, nel ’67, il titolo di “Miglior calciatore dell’Unione Sovietica”. Nel ’68 alza al cielo la Coppa Sovietica. Due anni dopo, a trentatreenne, si ritira. 222 presenze e 99 gol, nell’unico club in cui scelse di militare. 38 presenze e 25 gol, con la maglia della nazionale. Quando, nel 1990, legge della scomparsa dell’altro titano, il “Ragno Nero” Lev Jashin, alla seconda moglie dice: “Io sarò il prossimo”. Non può saperlo, ma è già ammalato. Quattro mesi dopo mantiene la promessa e muore di un cancro alla gola, esito delle polveri ingoiate nei giorni in miniera. Il 21 luglio 1997, data che sarebbe stata il sessantesimo compleanno, la Torpedo rinomina lo stadio col suo nome e ne erige la statua ai cancelli d’ingresso. Lo stesso giorno Marina Lebedeva, la responsabile della condanna della sua vita, è vista portare i fiori sulla sua tomba. Col passaggio al terzo millennio, il campione di scacchi Anatoliy Karpov fonda una Commissione perché se ne riabiliti in via definitiva la memoria. Ma bastavano le ultime parole con cui Edik lasciava il suo letto di morte: “Sono innocente”.

Alessandro Staderini Busà

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