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Roma, 8 ago – Quella trionfale di Wembley è la quarta finale europea della nostra nazionale. Non altrettanto memorabili sono quelle di Rotterdam – nel 2000 contro la Francia, che pareggia il gol di Delvecchio al 90’ per poi sorpassarci definitivamente al golden gol – e di Kiev, dove nel 2004 la Spagna ci schianta con un perentorio 4-0.



Per risalire al primo, indimenticabile, successo continentale della selezione azzurra dobbiamo tornare indietro nel tempo, negli anni della contestazione. Agli Europei del 1968. Anche calcisticamente parlando, il momento non è dei migliori. Solamente due estati prima il mondiale inglese ci riserva una bruciante – e, sportivamente parlando, vergognosa – eliminazione per mano della Corea del Nord.

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Europei 1968: falsa partenza in Bulgaria

Altri tempi, altro calcio si dirà. Diversa è anche la formulazione della competizione rispetto a quella odierna. Per la prima volta vengono introdotti i gironi eliminatori, le cui 8 vincitrici si sarebbero poi scontrate in primavera. La fase a gruppi si disputa infatti nel biennio precedente e vede qualificate ai quarti: Bulgaria, Francia, Inghilterra, Italia, Jugoslavia, Spagna, Ungheria e Urss.

La parte finale dell’avventura europea parte decisamente male. Di scena in Bulgaria, la squadra di Valcareggi perde per infortunio Picchi. Tutta la retroguardia ne risente e cadiamo per 3 reti a 2. Due settimane dopo, al San Paolo di Napoli Prati e Domenghini ribaltano il risultato, consentendo così alla compagine italiana di partecipare alle ultime battute del torneo da disputarsi tra Firenze, Roma e la città partenopea. Oltre all’Italia, Urss, Jugoslavia e l’Inghilterra campione del mondo.

Una monetina fortunata

Il sorteggio degli Europei 1968 ci assegna i russi che, sotto l’ombra del Vesuvio, si difendono. Nonostante la batosta coreana sia ancora fresca, facciamo paura ai quotati sovietici, fisicamente più forti. Valcareggi può infatti contare su una squadra piena di talenti: Zoff in porta, gli interisti Burgnich, Facchetti e Mazzola, Riva e Rivera. Proprio quest’ultimo al 4’ si infortuna, gioca ma zoppica vistosamente. Le difese hanno la meglio, l’occasione più ghiotta è il palo colpito da Domenghini ma al 120’ è 0-0.

Non esistendo ancora la lotteria dei calci di rigore si procede con il lancio della monetina. Nello spogliatoio dell’arbitro, alla presenza di entrambi i capitani – e, probabilmente, di San Gennaro – si procede col più celeberrimo dei “testa o croce”: il primo lancio è però annullato in quanto la monetina cadendo rimane in bilico. Il tedesco Tschenscher ci riprova premiando la scelta di Facchetti. D’altronde si sa, la fortuna aiuta gli audaci.

120’ non bastano: si deve rigiocare

In finale, di scena a Roma, abbiamo di fronte la temibile Jugoslavia, decimata dopo la gara contro gli inglesi, ma pur sempre un mix di talento e forza fisica. La selezione balcanica, evidentemente troppo sicura dei propri mezzi (“sconfitti i migliori, mi sembra ovvio che adesso possia­mo tranquillamente ripeterci contro gli azzurri” le parole del tecnico Matic) viene però fermata sull’1-1 al termine dei 120’. Gli ospiti giocano meglio e passano al ‘38 – indecisione di Zoff su cross ed errore di Burgnich – e non finalizzano almeno altre tre facili occasioni. Nonostante la stanchezza, Anastasi avrebbe l’occasione per impattare ma sbaglia da buona posizione. Bisogna aspettare l’80 minuto: Domenghini su punizione dalla distanza centra il bersaglio grosso.

Non c’è storia (per la Jugoslavia): gli Europei 1968 sono nostri

Tutto da rifare, due giorni dopo, il 10 di giugno, sempre all’Olimpico. Non capita spesso per la verità che la storia chiami una seconda volta e, nei giorni di attesa, solo chi ha la vittoria inscritta nel proprio patrimonio genetico sa come gestire al meglio la testa e le gambe. Il cittì Valcareggi rivoluziona la squadra sia negli uomini (mezzo undici titolare rispetto alle partite precedenti) che nel gioco, affidandosi al sempreverde “palla lunga e pedalare”. In quello che è un pioneristico turnover si vede per la prima volta la staffetta Rivera – Mazzola, una rivisitazione in salsa azzurra del derby meneghino, che già allora si vantava di essere l’unica stracittadina ad avere visto entrambe le squadre trionfare in Coppa dei Campioni.

L’azzardo paga già al 12’: Riva segna in fuorigioco ma l’arbitro convalida. Alla mezz’ora arriva poi il definitivo 2-0 con Mazzola e De Sisti che confezionano il gol di Anastasi. Manca ancora un’ora di gioco ma la Jugoslavia non ha più nulla da spendere e il ritmo, inevitabilmente, si abbassa. Poco importa, per una volta siamo profeti (anche) in patria.

Quelli degli Europei 1968 erano altri tempi, altro calcio si dirà. Nel frattempo il corso degli eventi ha spazzato via Unione Sovietica, Jugoslavia e la loro distopica visione della realtà. Pur con tutte le sue contraddizioni l’Italia invece è ancora qua e (almeno calcisticamente) “qualche” segnale di risveglio l’ha dato. Per dirla con Pascoli – a proposito di socialismo e sentimento nazionale – la grande proletaria si è mossa. Di nuovo.

Marco Battistini

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