Roma, 3 apr – Per aggiudicarsi la Coppa Intercontinentale 1969 si affrontano in due gare, andata e ritorno, il Milan di Nereo Rocco e il Club Estudiantes de La Plata allenato da Osvaldo Zubeldìa. Tra le fila dei biancorossi giocano Carlos Bilardo, futuro allenatore della nazionale argentina campione del mondo, e Juan Ramòn Veròn, padre dell’ex centrocampista Juan Sebastiàn.

Intercontinentale 1969, la finale più violenta della storia

La gara di andata finisce 3-0 per la squadra italiana, grazie alla doppietta di Angelo Sormani e al gol di Nestor Combin. Un dominio netto, sciupato solo dalla perdita di un dente da parte di Combin avvenuto durante lo scontro con un avversario. Due settimane più tardi, il 22 ottobre, si gioca la gara di ritorno allo Stadio Alberto José Armando, ribattezzato dal progettista José Delpini come la Bombonera. Tutti ricorderanno questa partita come la finale più violenta della storia del calcio.

La vittoria del titolo è vicina e si potrebbe realizzare in uno dei teatri più affascinanti e romantici del calcio, di sicuro il più caliente. Quella che ne uscirà, però, sarà una truce battaglia tra calci, sangue e pallonate. Una pulp fiction, in pratica, senza però la visione geniale di Quentin Tarantino. L’ingresso in campo dei giocatori rossoneri è condito dal lancio di caffè bollente dagli spalti mentre la foto di rito al centro del campo viene rovinata dai giocatori dell’Estudiantes che iniziano a calciare dei palloni verso gli avversari.

Breve parentesi calcistica: la partita finirà 2-1 per i padroni di casa con le reti di Gianni Rivera per la compagine rossonera, di Marcos Conigliaro e Ramón Aguirre Suárez per i Los Pincharratas. La vera partita che andremo a raccontare non sarà diretta dall’arbitro cileno Domingo Massaro e avrà le stesse regole del vale tudo brasiliano (ovvero nessuna).

Calci e pugni a non finire

Al termine del primo quarto d’ora di gioco il rossonero Pierino Prati viene falciato da un difensore e una volta a terra riceve un calcio sulla schiena dal portiere Alberto José Poletti. Il dolore costrinse il milanista ad uscire dal campo in anticipo. Numerosi calci dopo, l’arbitro sarà costretto a sedare un parapiglia che si stava generando nel rientro delle due squadre negli spogliatoi. Rinizia la partita ed è Aguirre Suárez a diventare protagonista di una testata al volto di Combin, che dovrà lasciare il campo con naso e zigomo rotti. Rosso per l’aggressore e sostituzioni milaniste terminate, la gara prosegue in dieci contro dieci. Prosegue la caccia all’uomo, ora le vittime diventano Rivera e Gianni Lodetti che qualche anno più tardi ricorderà che “quando avevi il pallone arrivava qualcuno e ti spaccava”. Nel finale di partita arriva anche l’espulsione per Eduardo Luján Manera per aver colpito a gioco fermo ancora Rivera. Finisce la partita e i giocatori, concentrati nei festeggiamenti, vengono aggrediti con calci e sputi dagli avversari, dovendosi quindi riparare negli spogliatoi. Ma l’incubo non finisce qui.

Il danno oltre la beffa

L’obiettivo primario per i sicari argentini era Combin. Nato in Argentina si trasferì a 10 anni in Francia, dove esercitò il servizio di leva. Per il popolo sudamericano, però, Nestor era un traditore. A fine partita, quattro poliziotti entrarono negli spogliatoi e prelevarono il giocatore francese accusandolo di diserzione. Per alcune ore l’entourage milanista guidato da Franco Carraro, allora Presidente rossonero, non ebbe più notizie del giocatore. In Italia, nel frattempo, circolava la voce sulla dipartita di Pierino Prati, che sarebbe morto durante il volo di ritorno per le conseguenze di un trauma cranico. Grazie all’intervento del dittatore Juan Carlos Ongania, Presidente dell’Argentina, Combin venne scarcerato e riprese il volo insieme ai compagni di squadra.

Se il señor Massaro fu troppo molle dentro il campo, le gesta dei Pincharratas di Zubeldìa ebbero conseguenze importanti fuori. Il portiere argentino Poletti fu radiato, il terzino Aguirre Suárez, quello della testata a Combin, squalificato per trenta partite e cinque anni di gare internazionali, Manera, l’altro espulso, per 20 giornate e tre anni di gare internazionali. Questo dal punto di vista sportivo, perché su di loro cadde anche la scure della giustizia penale: arrestati, infatti, scontarono 30 giorni in carcere.

Francesco Campa

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1 commento

  1. Mitica gara che vidi in un sgranato TV in b/n da bambino.
    C’è da aggiungere che Combin ci mise molto del suo per farsi odiare più di quanto già non fosse odiato; all’andata perculò gll argentini dicendo che lui guadagnava dieci volte più di loro e questi se la legarono al dito. Inoltre va ricordato che la squadra fece quadrato all’arresto di Combin, rifiutandosi di partire senza di lui. Infine personalmente ho sempre pensato che gli arresti dei giocatori argentini fatti dalla giunta militare furono di rabbia per la figuraccia, ma che non ci sarebbero mai stati se avessero vinto la coppa.

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