Roma, 31 ago – Sono passati cinquant’anni dalla morte del più grande pugile che il mondo abbia conosciuto: Rocky Marciano. Era il 31 agosto del 1969 e il mondo del pugilato registrava questa grossa perdita.

La mia conoscenza di questo campione incominciò proprio cinquant’anni fa, in una classe del Collegio Brandolini, in un momento di pausa. Il professor Danilo Miglioranza, che ci insegnava italiano, una materia a me cara, vide che nel mio diario avevo una foto di Carnera. Con un sorriso mi chiese chi fosse stato il campione italiano più importante dei pesi massimi. Non ebbi dubbi, risposi che si trattava del campione friulano, di Sequals, Primo Carnera. Gli dissi, ancora, convinto dell’esattezza della risposta, che Carnera era diventato campione il 29 giugno del 1933, battendo Jack Sharkey. Il professore mi sorrise, e replicò dicendo che il più grande campione dei pesi massimi era stato Rocky Marciano, il cui vero nome alla nascita era Rocco Francesco Marchegiano. Il professor Danilo Miglioranza era per me e per tutti i suoi allievi, il Maestro tra i Maestri. Quello che mi stupisce è che sono passati oltre cinquant’ anni e questo ricordo non si è mai affievolito.

Rocky Marciano l’abruzzese d’america


Rocco Francesco Marchegiano nacque in America, nel 1923, da genitori abruzzesi che avevano lasciato il proprio paese, Ripa Teatina, per far fortuna in questo grande continente e precisamente a Brockton, nel Massachusetts.

La Grande Guerra era finita da poco e il padre di Rocky aveva fatto la sua parte combattendo e riportando delle ferite che gli limitarono la vita. La nascita del figlio, comunque, fu una benedizione per la famiglia, che era costretta a lottare in un Paese nuovo, ma che nel cuore voleva conservare le proprie radici. Marciano più tardi dirà: ”La cosa che pensavo più spesso era la povertà che mio padre e mia madre avevano affrontato”.

Rocco fu allevato con amore dai genitori, che rischiarono di perderlo per una malattia, ma tutto si risolse in modo positivo. Una cosa era certa: non amava la scuola e ben presto si adattò a fare alcuni mestieri. C’è un episodio che il giovane non dimenticò mai e che aveva come protagonista uno zio materno. Rocco aveva sentito parlare di Primo Carnera, in famiglia si era festeggiato il giorno in cui era diventato campione del mondo dei pesi massimi. Era il 29 giugno del 1933 e il giovane aveva 10 anni. Una sera lo zio lo portò a una festa che aveva come ospite proprio il campione. In quell’evento riuscì ad avvicinarlo a toccarlo. Al rientro i suoi genitori gli chiesero com’era Carnera, Rocco gli mostrò la mano con cui lo aveva toccato e spiegò che Primo era un gigante con delle mani enormi. Quella sera il ragazzo, nel suo cuore, giurò a se stesso che da grande sarebbe diventato un pugile e avrebbe fatto una grande festa invitando tutti i suoi amici per solennizzare la vincita del titolo mondiale dei pesi massimi.

Dalla guerra al titolo

I sogni si realizzano qualche volta. A vent’anni gli giunge la cartolina precetto e l’arruolamento risolse i suoi problemi economici, pertanto lo vide come un’opportunità. La seconda guerra mondiale sconvolge il mondo. Il suo cuore non aveva dimenticato l’Italia e fortunatamente fu inviato nel Galles, dove trascorse otto mesi prima di tornare a casa.

Durante la guerra si appassionò alla boxe, anche se lo sport più amato era il baseball, ma non ebbe la fortuna d’essere ingaggiato da nessuna squadra. Nel corso del servizio militare aveva disputato alcuni incontri della nobile arte e si era distinto quando in una rissa stese un gigante, mettendolo al tappeto con un destro storico. Questo e altri particolari faranno di lui un pugile.

L’attività dilettantistica non fu sorprendente, vinse quattordici incontri e ne perse quattro. In un fascicolo dedicato a Rocky Marciano, si scrive: “Nell’aprile del 1946, durante una licenza di due settimane a Brockton, si vanta così con uno zio della sua abilità come pugile. Il congiunto si affretta allora a organizzare un incontro tra il nipote e Henry Lester, un peso massimo dilettante di un discreto spessore tecnico. Rocco sale sul ring sovrappeso e fuori forma, a causa della birra che beve in gran quantità e delle circa quaranta sigarette che fuma ogni giorno. Alla terza ripresa già non ha più fiato, e quando viene incalzato dal più fresco avversario non trova niente di meglio che sferrargli una ginocchiata nell’inguine, che gli costa la squalifica. Tornato a Fort Lewis, Marchegiano decide di sottoporsi a una ferrea disciplina alimentare e fisica con severi allenamenti in palestra. Alcuni osservatori in visita presso la sua caserma lo notano mentre scambia dei pugni con uno sparring partner e, impressionanti dalla potenza dei colpi, gli propongono un nuovo antagonista”.

Il suo esordio nei professionisti avvenne il 17 marzo del 1947, in quell’occasione sconfisse per Ko alla terza ripresa il pugile Lee  Epperson. La sua carriera professionistica iniziò alla grande e per lui sono tanti i combattimenti che vinse prima del limite. Cambiò il suo nome e divenne Rocky Marciano. Non aveva un fisico prestante, non era molto alto per la categoria dei pesi massimi, ma aveva un pugno che non perdonava.  Si pensi che, nel momento in cui doveva allenarsi, faticava a trovare gli sparring, perché immaginava d’essere sempre in combattimento. Egli diceva semplicemente: “Perché danzare per dieci riprese con un avversario se lo puoi mettere Knockout alla prima?”. Due incontri lo mettono però a dura prova prima della conquista del titolo mondiale, uno con il pugile Roland La Starza, dal fisico scolpito nella roccia e sangue italiano e l’altro con Carmine Vingo. Vinse ai punti.

Viene, ora, in mente Carnera, quel campione toccato da Rocky Marciano in quella notte di festa. C’è un episodio che unì i cuori di questi due generosi pugili. Nel 1933 Carnera, prima di conquistare il titolo mondiale, affrontò un pugile irlandese: Ernie Shaaf. Questi aveva combattuto duramente negli ultimi tempi e il suo fisico era molto provato, tuttavia incontrò Carnera. Quella sera il match assunse toni drammatici, il marine resistette storicamente, ma poi andò al tappeto e non si rialzò più. Grazie a quel momento di trionfo, Carnera poteva combattere per il titolo mondiale, ma il campione piombò nella più grande disperazione per l’accaduto. Telefonò in Italia alla madre chiedendole conforto, perché si sentiva responsabile della morte di Shaaf. A nulla valsero le parole di consolazione della madre, Primo si sentiva l’unico colpevole. Uno dei più importanti scrittori della boxe, Alfredo Pigna dalle colonne dell’ Intrepido scrive: “La morte di Schaaf, in definitiva, aveva offerto la più tragica, ma convincente prova della buona fede di Carnera. L’ incontro non era stato combinato e Carnera non era colpevole, tanto è vero che fu assolto. Perché, dunque, impedirgli di dimostrare proprio contro Sharkey, che aveva già battuto, di non essere un bluff, ma un vero pugile? Fu Carnera, questa volta, a dire di no. La morte di Ernie Shaaf lo aveva profondamente sconvolto. Molto probabilmente avrebbe fatto le valigie e sarebbe tornato in Italia, rinunziando per sempre a salire sul ring, se la vedova di Ernie non gli avesse scritto una nobilissima lettera nella quale lo scagionava da ogni accusa”.  Dario  Torromeo, uno dei massimi scrittori di pugilato, riassume in questo modo quel momento toccante che unirà per sempre Rocky Marciano a Carnera: entrambi, stesero al tappeto il loro avversario, ma solo Primo ne causò  la morte. “La più grande paura del ring Marciano la vive nel match contro Carmine Vingo. Il ragazzo ha vent’anni, origini italiane e i suoi genitori sfidano la povertà nel Bronx. Ha vinto 16 volte su 17 incontri, quando la sera del 30 dicembre 1949 sale sul ring del Madison Square Garden contro Rocky. Dopo due minuti è già al tappeto, ha la mascella fratturata, ma si rialza e va avanti. Va ancora giù, ha il volto insanguinato, deformato dai colpi di Rocky. Nella sesta ripresa un sinistro di Marciano lo rispedisce knockdown… Ci vogliono venti giorni per i primi miglioramenti, il miracolo di un ritorno alla vita. Dopo due anni Carmine Vingo recupera la completa efficienza fisica. Marciano paga le spese mediche e quando il ragazzo celebra le nozze con la bella Kitty regala agli sposi la camera da letto. Vingo sarà presente a ogni match importante dell’ex rivale”.

Dopo il match sfortunato con Vingo, la madre di Rocky, prima del combattimento del figlio, andava in chiesa a pregare il buon Dio che aiutasse e salvasse l’avversario. Nella sua vita non aveva mai visto il figlio combattere, ma durante l’incontro sostava in chiesa a pregare e accendere delle candele, confortata dal buon curato che la conosceva bene. La storia pugilistica di Rocky Marciano ha un seguito, con l’impressionate numero di incontri, quarantatrè, che vinse prima del limite.

Gli italiani emigrati in America lo amavano, vedevano in lui l’eroe che conquistò tutto: gloria e ricchezza, ma non dimenticò l’ amore per la terra dei suoi avi. Intanto, si avvicinava il grande giorno: la sfida per il titolo mondiale dei pesi massimi. Il mese di settembre era già iniziato, e una nuova stella veniva incoronata dalla boxe. Il trionfo di Marciano si apre sulla città di Philadelphia, in Pennsylvania, il 23 settembre del 1952, contro l’avversario che detiene il titolo mondiale: Jersey Joe Walcott. Quella sera, davanti a migliaia di spettatori, Rochy Marciano diventa campione del mondo dei pesi massimi. Fu un match durissimo, combattuto intensamente dai due pugili. Un boxeur con sangue italiano salì per la seconda volta sul podio più alto del mondo, dopo Primo Carnera.  Spero che in quel momento si sia ricordato del gigante di Sequals, che aveva visto e toccato vent’anni prima. Lo scettro mondiale lo difese per alcuni anni, vincendo tutti gli incontri.

Quando si ritirò dalla boxe, a 32 anni, aveva vinto 46 incontri, tre dei quali ai punti ed aveva ancora molto da vivere. Invece, un destino crudele lo attendeva. Cadde con l’aereo mentre si stava recando a una manifestazione. L’aeroplano avvolto da una tempesta cercò di fare un atterraggio d’emergenza in un campo, ma si schiantò proprio sull’unico albero che si trovava su quel terreno, era una quercia. Morì così un grande campione, aveva 46 anni, come quarantasei erano gli incontri che aveva vinto per Ko, il 47° glielo infliggeva la vita. Nella sua villa, i suoi familiari lo attesero, invano, per festeggiare il suo compleanno.

Emilio Del Bel Belluz

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