formazione-Germania-gruppo-e1398894292735Rio de Janeiro, 14 lug – Era appena risuonato il triplice fischio, al Maracanà, che Stefano Bizzotto subito se ne usciva con un elogio della Germania multietnica, dell’integrazione e del progressismo.

È davvero uno stanco ritornello questo dell’interpretazione a fini politici dei risultati sportivi, vuota retorica che non ha alcun contatto con la realtà. Basterebbe poco, in effetti, a capire che l’amalgama sportivo di 20 professionisti miliardari ha davvero poco a che fare con i ben più ampi e profondi problemi legati all’immigrazione. Ma è un po’ il solito riduzionismo individualista che in genere viene fatto valere sull’argomento: se io e il mio vicino di casa marocchino abbiamo trovato il modo di metterci d’accordo sulla pulizia del pianerottolo, perché non possono farlo milioni di individui, in una zona del pianeta già sovrappopolata, nel mezzo di una crisi economica devastante e con una demografia autoctona ai minimi storici? Il livello è più o meno questo.

Ma anche volendo stare al gioco, cos’è che ci insegna davvero il calcio in termini di immigrazione, diversità e integrazione? Cominciamo proprio dalla finale di Rio.

La squadra campione del mondo è scesa in campo con nove undicesimi della formazione dal cognome e dalle fattezze tipicamente tedesche (considerando che la zona della Polonia da cui proviene Klose è storicamente tedesca). I due “nuovi tedeschi” erano Boateng e Özil, di cui il primo è peraltro di madre tedesca. Ci sembra veramente poca cosa per poter tessere le lodi di un mondo “colorato” e in cui le radici non contano nulla, dato che di colore nella formazione tedesca era largamente dominante uno solo. Né sarebbe cambiato granché se fosse sceso in campo l’infortunato dell’ultim’ora Khedira, anch’egli peraltro di madre tedesca.

Quattro anni fa, poi, le cose erano ancora più chiare: a vincere era stata una Spagna integralmente bianca, così come era accaduto anche nel 2006 con l’Italia di Lippi, sia pur in quel caso con la presenza di un oriundo. Ma anche in questo caso la logica non è un’opinione. Se è vero che il ricorso agli oriundi in Italia è stato spesso goffo, con convocazioni forzate di emeriti bidoni (Paletta, Thiago Motta) o di giocatori validi ma caratterialmente respingenti (Camoranesi, appunto), resta il fatto che convocare qualcuno in azzurro perché ha i nonni italiani è l’esatto opposto dello ius soli. Non sono “nuovi italiani”, ma italiani vecchissimi. Non si può tenere insieme l’uno e l’altro a seconda delle convenienze.

Ma torniamo all’albo d’oro del Mondiale. Siamo arrivati al 2006. Scendendo a ritroso troviamo due successi del Brasile (2002 e 1994) inframezzati da una vittoria della Francia.

Ora, il caso del Brasile è effettivamente quello di una nazione multiculturale, ma davvero qualcuno considera quello delle favelas, dei meninos de rua, degli squadroni della morte un modello da seguire e un’isola felice da imitare? La verità è che quella brasiliana è una società profondamente razzista, piena di diseguaglianze e discriminazioni, come del resto lo stesso mondiale ha dimostrato. Nella sfida degli ottavi di finale contro il Cile, per esempio, il 67% degli spettatori era bianco e il 90% apparteneva alle prime due classi sociali del paese. La colorata nazionale brasiliana (che peraltro ha giocato malissimo) non rappresenta una vittoria del multiculturalismo, ma l’ologramma di una integrazione che nella realtà non esiste.

E poi c’è il caso francese, il capostipite dei risultati calcistici sfruttati a fini politici. La squadra quasi invincibile che ha dominato al Mondiale 1998 e all’Europeo del 2000 è stata sfruttata in lungo e in largo per tessere le lodi della società multirazziale. Quello che non è chiaro è perché la stessa nazionale che poi ha raccolto pessimi risultati sportivi, non brillando peraltro neanche per coesione interna e attaccamento alla maglia, abbia tutto d’un tratto cessato di fare sociologia. Funziona così: le giocate di Özil hanno un significato politico e l’inguardabile Balotelli di questo mondiale no. La Francia di Zidane mostra la vittoria di un modello sociale e la sua sconfitta miserevole qualche anno dopo ridiventa solo questione di calcio. La mesta cronaca della cialtroneria giornalistica ci dice questo, in effetti. Peccato solo che questi truffatori criminali finiscano per inquinare quello che un tempo era il gioco più bello del mondo.

Adriano Scianca

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