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Roma, 1 ago – “A Belloveso invece gli dèi indicavano una via ben più allettante: quella verso l’Italia. Essi varcarono le Alpi e sconfitti in battaglia gli etruschi non lungi dal Ticino, accogliendo l’augurio del luogo vi fondarono una città che chiamarono Mediolanium”. Così parlò Tito Livio, lo storico romano che attribuisce la fondazione di Milano a celtici d’oltralpe stabiliti nei territori occupati dagli Insubri. Per Plinio il Vecchio, invece, fu la stessa popolazione dell’Italia nord-occidentale a dare forma all’attuale capoluogo lombardo. Roma, come al solito, mette d’accordo tutti: nel 222 a.C. conquista questo importante centro strategico, trasformandolo nel fulcro della zona cisalpina e nel crocevia per Gallia e Britannia.



Medio e planum, da cui pianura di mezzo. Non solo nell’asse nord-sud, ma anche in quello est-ovest che congiunge la penisola iberica alla Russia europea. Sviluppatasi insieme all’Impero, ha subito – e usufruito – nel corso del tempo influenze germaniche (periodo longobardo e Sacro Romano Impero), spagnole e napoleoniche. Centro d’Europa nella misura in cui risulta essere una delle migliori espressioni d’Italia, una città votata all’eccellenza: l’Ultima cena del Da Vinci ovvero il futurismo e Piazza San Sepolcro.

Black Brain

Milan: una squadra di diavoli

“Rosso come il fuoco, nero come la paura”. Queste le parole con cui Herbert Kilpin, mestierante britannico dell’industria tessile, nel belpaese per motivi di lavoro, descrive la “sua” creatura. Legato fatalmente all’Italia – inizia la carriera appena tredicenne in una piccola squadra dalle casacche rosso garibaldino che portava il nome dell’eroe dei due mondi e conclude allenando un’evocativa compagine conosciuta come Enotriafonda il Milan nel dicembre 1899. Solamente un anno e mezzo più tardi i meneghini sono già campioni d’Italia.

L’Italia migliore

La storia della prima espressione calcistica di Milano è scritta da grandi connazionali, divenuti tali proprio perché vincenti sia in patria che in Europa. Prima italiana a vincere la Coppa dei Campioni – stagione 1962/63, Nereo Rocco in panchina, il kamikaze Ghezzi in porta, capitan Cesare Maldini, Trapattoni e Rivera tra i giocatori di movimento – il trofeo dalle grandi orecchie diventerà col passare del tempo il vero habitat dei rossoneri. Se anni più tardi arriva il bis, con Pierino Prati che abbatte l’Ajax. E’ il periodo in cui il presidente, l’editore Andrea Rizzoli, decide di progettare Milanello, centro sportivo interamente dedicato alla squadra.

La presidenza Berlusconi

Il fortunato binomio Milan-imprenditoria riprende verso la fine degli anni ‘80 quando un giovane Silvio Berlusconi rileva una società con qualche problema economico. Sono i giorni della rivoluzione sacchiana e delle due affermazioni continentali consecutive (4-0 alla Steaua Bucarest e 1-0 al Benfica) alle quali si aggiungono i bis in Supercoppa Europea e Coppa Intercontinentale. Si chiude il ciclo del tecnico di Fusignano ma non quello dei viscontei, in quanto è Fabio Capello a prolungare la striscia vincente.

In 5 anni 4 scudetti, 58 risultati utili consecutivi, il record di imbattibilità – battuto nel 2016 da Buffon – di Seba Rossi. E, soprattutto, tre finali Champions. Se nel ‘93 e nel ‘95 la sponda rossonera del Naviglio è costretta a soccombere di misura rispettivamente a Olimpique Marsiglia e Ajax, il 18 maggio 1994 Massaro e soci schiantano il quotatissimo Barcellona con un sonoro 4-0. Giocoforza spesso e volentieri anche la Nazionale assume le sembianze del diavolo. Come nella spedizione di Usa ‘94, quando 7 meneghini formano l’ossatura azzurra che arriverà fino a Pasadena.

I primi anni 2000 del Milan: non solo Shevchenko

Il resto è storia recente e ci racconta di altre tre finali. La più bella, quella del 2003, con i rivali della Juventus battuti ai calci di rigore. La più indigesta, datata 2005, che vede il Liverpool rimontare tre reti e conquistare la Champions dagli 11 metri. L’ultima, la più sentita: la rivincita del Milan sui reds, piegati dalla doppietta di Superpippo. E’ il 23 maggio 2007: 44 anni dopo un altro Maldini alza la coppa più prestigiosa d’Europa. Oltre al capitano, Oddo, Nesta, Gattuso, Pirlo, Ambrosini e Inzaghi. Pochi ma significativi minuti anche per Favalli e Gilardino. Praticamente un’unica bandiera contro la multinazionale del liver bird.

Poco più di un anno fa ha esordito tra i grandi Daniel, secondogenito di Paolo. I Maldini hanno così sfondato il tetto delle mille presenze in Serie A. La tifoseria sogna quindi che la terza generazione di questa importante famiglia calcistica riannodi quel filo rosso(nero) che lega Milano e il Milan al più ambito trofeo continentale. Tornare centro d’Europa? Possibile, ma solo col rinnovamento del calcistico genio italico.

Marco Battistini

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