Roma, 14 feb – Marco Pantani si è spento ormai 15 anni fa: lasciato indietro dopo un’accusa infamante, distaccato dal “gruppo” che fino a pochi momenti prima lo aveva protetto ed esaltato.
L’atleta di Cesenatico che aveva affrontato le “discese ardite” ma, soprattuto, le “risalite” non era mai riuscito a superare la macchia di disonestà che così vilmente si era abbattuta su di lui: il “pirata” dagli occhi buoni è stato protagonista, suo malgrado, di una storia tipicamente italiana.

Lo “scalatore” ha fatto sognare una generazione intera di appassionati di ciclismo e, tout court, di sport: escluso all’apice della carriera dal Giro d’Italia edizione 1999 a “scopi precauzionali” perchè trovato con una quantità di ematocrito nel sangue superiore alla norma non riuscirà mai a trovare la forma e, soprattutto, la forza di ricominciare ai livelli precedenti.

Entra nel tunnel della cocaina che lo debilita fisicamente e moralmente: quando nel 2000 torna a inforcare la bicicletta e a combattere per il suo posto al Giro d’Italia insieme ai compagni della Mercatone Uno – Bianchi la prova è scialba ma gli appassionati non rinunciano a sperare in una rinascita. Al Tour de France supera il “grande disonesto”, l’americano Lance Armstrong e con una volata lo supera nella tappa di  Monte Ventoux: Armstrong dirà di averlo lasciato vincere. Tra i due non correva buon sangue, a Pantani “l’americano” non era mai andato giù. E visto poi come si è rivelato, forse non aveva torto. Purtroppo altri problemi, questa volta fisici, lo costringono al ritiro.
Ancora brutte voci si rincorrono: ancora il “Pirata”, silenziosamente, incassa e entra in clinica per la cura della depressione che lo affligge.

Fino ad arrivare ad oggi, un San Valentino maledetto quello del 14 febbraio 2004 che ha segnato la data del suo ritiro definitivo, quello dalla vita. Marco viene ritrovato senza vita nel residence Le Rose: sul volto segni di violenza – i giudici diranno “autoinflitta”. Ancora cocaina: ma, a distanza di anni, attorno alla sua scomparsa si addensa una nube di dubbi e accuse, fatte di miliardi, scommesse clandestine e l’ombra della camorra. Qualcuno voleva Pantani fuori dal ciclismo: qualcuno, purtroppo, è riuscito nel suo intento.
Quella del “Pirata” è una storia che forse non avrà redenzione: la storia di un campione fragile, trasparente e indifeso davanti ai propri demoni e a quelli nati dalla penna e dalle voci di chi adora veder cadere nella polvere gli idoli, sportivi e non.
Di chi, non avendo coraggio di affrontare la difficoltà della salita, rimane comodo a criticare chi combatte e che, nella lotta, rischia tutto.

Ilaria Paoletti

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3 Commenti

  1. Un capro espiatorio vittima dell’ipocrisia del mondo dello sport. La maggior parte degli atleti professionisti si dopano, nel ciclismo in particolare tutti. Gli addetti ai lavori lo sanno. Ogni tanto i vertici decidono che bisogna dare qualche esempio per convincere il pubblico che lo sport esprime ancora quei valori sani che dovrebbe incarnare quando in realtà è solo business, e hanno castigato il povero Pantani, che non ha retto l’urto.

  2. pantani era tanto forte in bici quanto sfortunato..
    ma è sempre stato un combattente! vedasi, oltre incidenti e sorte sportiva spesso avversa, le mezze infamate subite da una persona totalmente folle e dopata protetta ed idolatrata x anni dai soldi degli stati uniti, dalla nike, dai media ecc.
    poi ci han pensato i giudici italiani ed i loro esecutori carabinieri a rovinargli la vita sportiva e non a madonna di Campiglio nel 99..
    poi ci si è messa pure quella merda di cocaina per finire in bellezza…
    ripeto era un guerriero oltre che fenomeno.
    grande pirata

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