Roma, 3 lug – Le storie più belle a volte nascono quasi per caso. Il 18 novembre 1973 Francesco Graziani è ancora un giovane centravanti di provincia che si è fatto conoscere nella stagione precedente con la maglia dell’Arezzo in cadetteria. Quella domenica – che vede la sua nuova squadra, il blasonato Torino, scendere in campo nella Genova blucerchiata – coincide con l’esordio in Serie A del futuro campione del mondo. Ma non solo, perché quell’anonimo pareggio di inizio campionato è l’inizio di un racconto lungo 8 anni, scritto insieme a Pulici. Per mezzo di 200 reti nella massima serie. Non un percorso solitario quindi: in campo per sostituire Bui – altra punta della rosa sabauda – prende infatti forma la prolifica coppia con Paolino, miglior marcatore di tutta la storia granata.

Pulici e Graziani, la coppia perfetta

Con il passare dei minuti, quindi delle gare, le due bocche di fuoco capiscono la loro imprescindibile complementarietà. Pulici – sgrezzato tecnicamente e tatticamente qualche anno prima dall’emblema del tremendismo granata Gustavo Giagnoni, il “tecnico con il colbacco” – è potenza, aggressività e qualità acrobatica. Graziani generosità, abnegazione (in Coppa dei Campioni veste anche i guantoni da portiere nel finale della gara contro il Borussia Monchengladbach) e doti aeree.

Proprio quest’ultimo apre le danze in quella che, su tutte le altre, è la loro partita manifesto: il 5-1 dell’aprile ‘75 rifilato in trasferta alla malcapitata Lazio. Due volte – sempre di testa – nella prima frazione mentre l’ultimo quarto d’ora vede salire in cattedra Pupi, finalizzatore di tre contropiedi ospiti.

Il Torino degli anni ‘70

103 ne butterà dentro Puliciclone, 97 il Ciccio nazionale. Intesa che per diversi motivi – in particolare la spietata concorrenza – non si ripropone con la maglia azzurra. Se Graziani gioca, segna (al Camerun) e vince il Mondiale 1982, Pulici al contrario partecipa a due spedizioni iridate senza mai scendere in campo. Sono loro però a far crescere il furore dell’ultimo toro rampante, terminali offensivi di un gruppo affiatato (dal giaguaro volante Castellini all’estro di capitan Sala) guidato da Gigi Radice, profeta della pressione incalzante.

L’ultimo scudetto

Il sergente di ferro – fino ad allora più abituato alla lotta salvezza che a questioni di vertice – occupa la panchina granata nell’estate successiva alla goleada romana. Dal Bologna arrivano l’eclettico difensore Caporale e l’intelligente Pecci, ma salutano la bandiera Ferrini, trincea Cereser e quel toscanaccio di Aldo Agroppi: una squadra che per gli addetti ai lavori avrebbe potuto ambire – al massimo – alla seconda posizione.

Dopo ventuno giornate i cugini sono avanti di cinque lunghezze, ma per chi considera “ogni pallone una specie di guerra” – Pulici dixit – nessun traguardo può essere proibitivo. L’idolo della Maratona e il generoso compagno di reparto (mettono insieme 36 reti su 49 realizzate dai futuri campioni d’Italia) trascinano i propri compagni in un’impresa resa ancora più memorabile dal sorpasso sull’odiata Juventus: nel giro di tre domeniche Sala e soci mettono la testa in avanti, senza più lasciare la vetta della classifica.

Il 16 maggio – a ventisette anni dalla tragedia di Superga – mentre la Vecchia Signora soccombe a Perugia, il punto casalingo contro il Cesena ricuce sulla maglia granata il triangolo tricolore. Il primo dopo il ciclo degli Invincibili, l’ultimo della mitica storia del Toro.

Marco Battistini

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2 Commenti

  1. La fede spiega molte cose. ma io nel 76 ho visto gente fare scommesse da brivido sullo scudetto al Toro, quando ancora aveva 5 punti di distacco dalla Juve (che poi l’anno dopo avrebbe vinto il campionato alla schiacciasassi con i mitici 51 punti). Mi chiedo se era solo fede o se c’era qualcosa in più.

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