Roma, 15 nov — Non sappiamo chi vincerà e quali sorprese ci riserveranno le squadre in gioco, ma una cosa è certa: il Mondiale in Qatar sarà ricordato principalmente per le diatribe estenuanti (e anche parecchio ipocrite) sui diritti «arcobaleno» violati, argomento principe in grado di affossare qualsiasi dibattito sugli aspetti calcistici della competizione.

In Qatar si parla solo di arcobaleni

Non si contano più le ripetute richieste alla Fifa di esercitare pressione sul Qatar perché  depenalizzi le relazioni omosessuali, né le accuse alla Federazione di non impegnarsi pubblicamente per garantire la sicurezza dei tifosi arcobaleno. Proprio per questo motivo alcune nazionali starebbero vagliando l’opportunità di scendere in campo con la fascia arcobaleno sul braccio. L’iniziativa è stata accolta positivamente dalla Nazionale inglese, che ha già confermato: il capitano Harry Kane indosserà la fascia-marchetta arcobaleno in questi Mondiali.

Hugo Lloris dice no alla fascia arcobaleno?

Di opposto parere è il suo compagno di squadra al Tottenham e capitano della Nazionale francese, Hugo Lloris, che ha espresso più di una perplessità sull’idea di dare uno «schiaffo» così smaccato al Paese ospitante. «Prima di fare qualsiasi cosa serve l’accordo della Fifa e della Federazione – ha chiarito in conferenza stampa – Poi ho la mia opinione personale. È in qualche modo simile a quello del presidente della Federazione». Poi, ha spiazzato tutti, semplicemente ribadendo l’ovvio: che tutte le Nazionali in gara sono ospiti del Qatar, hanno scelto liberamente di qualificarsi per i Mondiali e sono dunque tenute a rispettarne le leggi. «Quando accogliamo gli stranieri, spesso desideriamo che rispettino le nostre regole e la nostra cultura. Io farò lo stesso in Qatar: bisogna rispettare le regole del Paese ospitante».

Ipocrisia woke

Lloris ha poi concluso: «Ci si aspetta troppo dai giocatori su questo genere di argomenti: il calcio ha un posto importante nella società e si chiede molto ai giocatori. Abbiamo questa responsabilità di rappresentare il nostro Paese sportivamente. Fuori, ognuno è libero di difendere le proprie opinioni». Dichiarazioni che hanno fatto sobbalzare il mondo woke-progressista sui propri scranni di occidentali egoriferiti: dura scontrarsi con un tipo di società i cui valori non sono negoziabili. Fa di certo sorridere che «il migliore dei mondi possibili» si sia «accorto» della differenza di vedute del Qatar in materia Lgbt solo all’alba della prima partita del Mondiale. Insomma: pecunia e omofobia non olent, ma solo quando fa comodo agli sbandieratori arcobaleno. 

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

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