Roma, 4 apr – Tutti contro Leonardo Bonucci, il difensore della Juve reo di aver interrotto lo show antirazzista di Moise Kean e di aver in seguito affermato che la colpa dell’accaduto era da ripartire “50 e 50”: metà responsabilità al giovane attaccante bianconero e metà ai tifosi del Cagliari. Contro Bonucci – che nel frattempo ha dovuto fare pubblica professione di fede antirazzista sui social – si sono schierati tutti i professionisti del settore, da Mario Balotelli (che, benché sia ancora in attività, è di fatto diventato il “Saluta Andonio” del politicamente corretto, cioè un meme superato, un divo social in decadenza) a Liliam Thuram.

Quest’ultimo ci è andato giù pesante: dalle pagine del Parisien si è detto “fiero nell’avversità come dovrebbero fare tutte le persone di colore davanti a persone come Bonucci che invece vorrebbero che si rassegnassero”. Per poi perdere definitivamente il senso della realtà e affermare: “Bonucci dice qualcosa che in molti pensano: i neri si meritano ciò che capita loro. La domanda giusta da fare a Bonucci invece sarebbe: cosa ha fatto Kean per meritarsi tanto disprezzo? Bonucci non dice mai ai tifosi che hanno torto, ma a Kean che se l’è cercata. È come quando una donna viene stuprata e c’è chi parla del modo in cui era vestita. È a causa di gente così che non si fanno avanzare le cose”. E pazienza se anche il referto firmato dai tre ispettori federali presenti martedì sera alla Sardegna Arena conferma che non ci siano stati “buuu” rivolti a Kean prima che realizzasse la rete del 2-0 e che gli insulti compaiono solo come reazione all’esultanza provocatoria del giovane talento juventino.

Calciatore o testimonial?

Ma, in definitiva, il punto non è neanche questo. Di screzi, anche di natura razziale, tra giocatori e curve è piena la storia del calcio. Che una curva trascenda, capita. E capita anche che un giocatore si senta in dovere di replicare. In entrambi i casi, peraltro, a Cagliari non abbiamo certo toccato le vette della tensione. Il nocciolo della questione è un altro e cioè se Moise Kean intende fare il calciatore o il testimonial. Nel primo ruolo sembra poter effettivamente dire la sua: ha il fisico, i movimenti e il senso del gol per poter fare un’ottima carriera. Anche come testimonial del politicamente corretto ha le carte in regola, solo che si tratta di un ruolo diverso, non compatibile col primo. Il suddetto Mario Balotelli ha chiaramente scelto, tempo fa, di smettere di migliorarsi, non lavorando su se stesso mentalmente, fisicamente, tecnicamente e tatticamente (memorabile l’aneddoto di Steven Gerrard che, al Liverpool, sentì dire all’attaccante che non era capace di marcare sui calci d’angolo degli avversari), perdendosi in gossip e ragazzate, e limitandosi a dare la colpa al razzismo per una carriera mai decollata come avrebbe potuto.

Kean e la strumentalizzazione politica

Spalleggiato, ovviamente, da una certa stampa compiacente che per anni lo ha dipinto per puro pregiudizio razziale come il nuovo Maradona, cosa che non è mai stato, e ne ha coperto i palesi deficit caratteriali. Non ha mai capito, Balotelli, che quei suoi difensori erano in realtà i suoi peggiori nemici, che sulla sua pelle e sul colore della stessa si è combattuta una battaglia tutta politica in cui lui è stato strumentalizzato e usato. Chi davvero vuole bene a Moise Kean dovrebbe innanzitutto proteggerlo da questa deriva.

Ed è questo che Bonucci, ma anche Massimiliano Allegri, hanno tentato di fare: sottrarlo alla vampirizzazione da parte di un’industria dell’indignazione che macina eroi civili, li spreme e poi li getta. Perché è un attimo salire sugli scudi come nuovo divo da cui “la sinistra deve ripartire”. Ma è un attimo anche scendervi. E allora, con il peso di troppe promesse da mantenere sulle spalle, Kean scoprirà di essere più solo di quello che pensasse, con i suoi adoratori, nel frattempo, passati a una nuova infatuazione politicamente corretta. Basta poco. Basta un Simone di Torre Maura qualsiasi.

Adriano Scianca

 

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