Roma, 6 dic –  “In merito all’origine dei Saturnali il diritto divino non mi permette di rivelare nozioni connesse con la segreta essenza della divinità, posso solo esporne la versione mista ad elementi mitici o divulgata dai fisiologi. Quanto alle origini occulte e promananti della fonte della (pura) verità, non si possono illustrare nemmeno durante le cerimonie sacre” (Macrobio, Saturnali, I, 7, 18). Una delle più celebri festività religiose dell’antica Roma, i Saturnalia, che si svolgeva dal 17 dicembre al 23 dicembre, come evidenziato da Macrobio, non rappresentava una delle tante ricorrenze cultuali, ma in essa si celavano alcuni dei massimi segreti della Sapienza Arcana dell’Urbe, connessi con il Nume di Saturno e protetti dal silenzio imposto dalla Dea Angerona.

In sintesi, possiamo accennare a come tale ricorrenza calendariale fosse officiata in onore dell’arcaico dio della semina, Saturno, le cui modalità ricordavano molto da vicino l’odierno carnevale ed in cui centrale risultava essere il sacrificio solenne a cui seguivano sia il convivium publicum ossia il banchetto sia il saluto augurale: Io, Saturnalia. Si presentava, inoltre, come una celebrazione che si attuava non solo pubblicamente ma anche in ambito privato e militare, con lo scambio di doni (che resterà memoria folclorica per il presente Natale) sia per l’elusa gerarchizzazione sociale, tramite cui spesso i ruoli erano ironicamente invertiti. Ma tutto ciò con annesso i vari miti di riferimento a cui lo stesso Macrobio allude nei suoi Saturnali sono l’unica prospettiva entro cui è possibile analizzare tale festività romana pre – solstiziale? L’incipit macrobiano ovviamente ci induce a rispondere negativamente a tale interrogativo, se si possiede l’arguzia di assumere i miti della semina e dell’accoglienza nel Lazio di Saturno, da parte di Giano, quali novelle palingenetiche, ovvero come mitologhemi che lasciano una traccia, la traccia della Sapienza Iniziatica, insita nella Città Eterna e nell’espressione della sua sacralità: ”E c’è chi veglia al tardo fuoco di un lume invernale e col ferro aguzzo intaglia fiaccole a forma di spiga” (Virgilio, Georgiche, I, 291ss).

Infatti, l’esegesi arcana della Tradizione Romana insegna come vi sia una diretta corrispondenza tra Ordine Divino e dimensione interiore, tra macrocosmo e i livelli di fisiologia occulta, in cui ogni centro sottile è presieduto da un Nume, da un riferimento metallico, astrale e da una precisa aderenza ad una fase specifica del calendario. Al plesso motore, del basso ventre, potremo associare Quirino, il pacificatore, ma anche l’elemento Terra, la stagione dell’Inverno, la notte oscura e la prima fase al Nero dell’Arte. Il suo indirizzo trasmutatorio è, pertanto, configurabile nel primo dominio degli istinti e della materia minerale, cioè nella virtù platonica della Temperanza. Al plesso emozionale (detto anche plesso solare od ombelicale) potremo associare Marte Gradivo, la legione armata ma disciplinata, l’elemento Acqua (purificato), le prime luci dell’alba, la stagione primaverile e la seconda fase al Bianco dell’Arte: l’aretè della Fortezza in esso testimonia la capacità di imbrigliare la foga guerriera dell’irrazionale, che è dimensione, appunto, emozionale, quindi lunare. Al plesso intellettivo o mentale, al centro degli occhi, come terzo volto occulto di Giano si esplicita tutta la Potenza Numenica e Paterna di Juppiter. Come dominatore dei cieli, a lui sono associati l’elemento Aria, il Mezzogiorno, cioè la piena visibilità del Sole sensibile, la stagione dell’estate, con la celebrazione proprio il 13 Settembre della Triade Capitolina in Senato, e la terza fase al Giallo dell’Opera, avendo la Giustizia, come virtù di riferimento. Qui si manifesta tutta la misteriosofia romana, quale iniziazione collettiva e pubblica, in cui il Rito ed il Diritto, il Fas e il Ius si esplicitano quale realizzazione interiore di una pratica magica e triadica che con il ritorno delle tenebre cosmiche necessita di un completamento iper-cosmico, in riferimento al plesso coronale, presieduto da Saturno, dall’elemento Fuoco, dall’autunno, stagione della raccolta e dei Saturnalia, dal Sole di Mezzanotte e dall’ultima fase al Rosso dell’Arte ed in ciò la Tradizione di Roma si associa alla misteriosofia mithriaca, denotando una comune radice iniziatica, che nelle porte solstiziali sotto l’egida di Giano ritrova tutto il proprio fondamento: “Perciò sono chiamato Giano e quando il sacerdote mi offre la focaccia di Cerere e il farro misto a sale, riderai dei nomi: ora infatti mi chiamerà Patulcio e ora Clusio secondo le formule sacrificali … Ti ho detto i miei poteri; ora apprendi l’origine della figura …” (Ovidio, I Fasti, I, 127 – 134).

All’equinozio d’autunno come durante l’avvento della notte Hesperus si trasforma in Lucifero, la stella del mattino, come Cautes sostituisce Cautopetes, la fiaccola si innalza al Cielo, essendo giunto l’iniziato al sesto grado, quello di Heliodromos (Corriere del Sole), la Porta dei Cieli, ove, sotto la tutela astrale e divina del Sole, si riunisce ciò che si è precedentemente purificato: qui vi è Ianus la prisca sapienza, qui la chiave d’argento del Perses diviene chiave d’oro, vi è la composizione del Rebis, del maschile e del femminile, del solare e del lunare, l’accesso agli stadi sovraindividuali, è l’Argento filosofale che si manifesta e che inizia la sua trasmutazione in Oro Saturnio. Mithra, nato dalla roccia il giorno del Solstizio d’Inverno e uscito dalla caverna nel grado di Miles, sa di dover immolare il toro, per ordine degli Dei su mandato del loro messaggero, il corvo Hermes-Mercurio. Egli salta sul dorso del toro, ma non lo uccide subito, resiste attendendo che il toro si stanchi e lo immola, dolorosamente, solo quando questo sarà entrato nella grotta. Il significato macrocosmico del rito è di rinnovamento del cosmo, della sua manifestazione: il sangue che sgorga dalla ferita dell’animale, come quello del caprone nero durante gli Agonalia del 9 Gennaio dedicati a Giano, è la linfa che fa rinascere la vita: Porfirio lo definisce padre del mondo e del Tutto. Ma vi è un significato più profondo del rito, che va oltre la dimensione mitica, per ascendere alla più pura spiritualità indoeuropea, alla più cristallina ascesi interiore. L’immolazione del toro viene compiuta dal Pater, il capo sacerdotale della comunità mithriaca, colui che sovrintende la trasmissione della Sapienza Arcana, colui che possiede lo scettro del Mago, come Saturno, suo Nume tutelare. Se in Heliodromos si è avuto la congiunzione del Re e della Regina, del maschile e del femminile, del solare e del lunare, il Pater deve attuare l’ultima operazione, l’ultima fissazione, l’ultima purificazione dagli elementi terrestri e lunari. Nel settimo grado del Pater, Saturno si illumina e ritorna reggitore del mondo e del tempo, dio della Tradizione Primordiale, Piombo che si purifica e si trasmuta in Oro, come ci conferma Arturo Reghini nella decifrazione di un codice alchemico italiano: “…è raffigurato un uomo barbuto e seminudo con la falce fienaia, seduto su di un rialzo del terreno, ai piedi di un albero. Sul petto porta il segno di Saturno ed in calce della laminetta è inciso: <<Hic est pater, et mater eius, sive lapis noster et philosophorum >> (questo è suo padre e sua madre, ossia la nostra pietra e quella dei filosofi). Che si tratti di Saturno, è confermato dalla falce; Saturno invero, divinità italica dei seminati (ab satu dictus Saturnus – Varrone), porta la falce per la raccolta delle messi. Non farà certo meraviglia l’imbattersi sin dall’inizio in Saturno, quando si pensi ai saturnia regna dell’età dell’oro” (Pietro Negri, L’androgino ermetico e un codice plumbeo alchemico italiano, in Introduzione alla Magia, vol. I, Edizioni Mediterranee, Roma 1987, p. 298 – 9).

Saturno/Zervan è, pertanto, il Signore del Tempo, è la realizzazione della semina dell’anno, in cui si raccoglie il frutto maturo, la realizzazione dell’Essenza Originaria, da cui si sono emanate le varie divinità della tradizione greco-romana. I misteri di Saturno esprimono la personalità del Pater come trasfigurazione solstiziale: qui Mithra diviene invitto, qui si manifesta l’essenza arcana di Helios e di Roma. Se il primo Saturno, colui cioè che ara la terra con la sua falce è associato al color nero ed il Piombo, nell’ambito del percorso iniziatico romano e mithriaco, quale manifestazione della via eroica ed ermetica d’Occidente, il secondo Saturno occupa il settimo grado, quello del Pater Patrum (titolo assegnato ad uno degli ultimi resistenti pagani, Vettio Agorio Pretestato), il capo della gerarchia iniziatica di Mithra, presentando delle connotazioni di Regalità, ove l’Oro diviene Incombustibile e Polare, ritrovandosi l’Aurea Terra Primordiale tramite il potere di palingenesi dell’Arte e di coincidenza tra inizio e fine dell’operazione, tra Piombo e Oro, tra Tenebre e Luce, tra Saturno e Saturno: ”Hora cotal Piombo, e Saturno, è detto Padre de gli altri Dei, cioè de gli altri magici metalli; conciosiacosa ch’eglino da principio sono tutti entro di lui celati: ma nella fabbrica del magico Mondo escono in luce, essendo dall’Heroe con arte spagirica fatti manifesti, e palesi.” (Cesare della Riviera, Il Mondo Magico de gli Heroi, Edizioni Mediterranee, Roma, 1986, p. 177).

Non possiamo pertanto, esimerci dall’analizzare le fasi dell’Opera, come sono comunemente conosciute e suddivise, tappe di una vera e propria realizzazione spirituale, che condurrà l’iniziato fino alla conquista dell’Oro Saturnio, cioè quella sublimazione degli stati sovraindividuali che permetterà l’attuazione di quell’Identità Suprema, che ha inizio proprio nel giorno del Dies Natalis Solis Invicti, quando Mithra, nascendo da una Pietra, la stessa Pietra levigherà affinchè dal proprio interno possa riemerge lo Spirito occultato, tramite l’azione del Fuoco, quello interiore, tramite cui unicamente si possono attuare tutte le trasmutazioni.

Su tale ricorrenza calendariale romana si svolgerà un seminario d’approfondimento venerdì 8 Dicembre, presso la Libreria non –  conforme “Altaforte” di Massa.

Luca Valentini

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