Roma, 13 gen – La madre Marisa Ferrari, docente di Sociologia all’Università La Sapienza di Roma, li ha difesi: “Altro che vita da nababbi: Giulio è in affitto a 800 euro al mese in periferia. A mia figlia Francesca Mari ho pagato il mutuo per comprare l’abitazione: ho dovuto vendere per 50mila euro una casetta a Santa Marinella. Hanno scritto persino di supercar, quando Giulio guida la mia vecchia Yaris del 2001 e Francesca ha una Fiat 500. Le cene di lusso? Si figuri che sono io a invitarli fuori a mangiarci una pizza di tanto in tanto”.

Giulio e Francesca Maria Occhionero? Secondo lei i due indagati, sospettati di spionaggio politico e militare, sarebbero soltanto due anime candide: “Far parte della massoneria non è certo un reato”, ha spiegato. In effetti, è noto che le periferie italiane pullulino di quaranticinquenni, con la macchina scassata e in affitto, che però frequentano la massoneria e ne diventano Gran Maestri. Ma, ironia a parte, avrebbero poco senso in questa ottica i comportamenti degli arrestati in occasione di una perquisizione avvenuta il 5 ottobre scorso. Quasi fosse venuto a conoscenza dell’inchiesta in corso a suo carico, infatti, l’ingegnere nucleare, alle 14.41 del 4 ottobre, comincia a cancellare dati, file, email degli account spiati e credenziali d’accesso in un’operazione ossessiva che prosegue per ben due ore. Ed il sospetto che, lui e la sorella quarantanovenne, avessero il sentore dell’inchiesta in corso – portata avanti da polizia postale ed Fbi sotto la guida della Procura di Roma – emerge chiaramente già dalle prime intercettazioni telematiche: “Dopo aver effettuato una verifica sui certificati Microsoft invia una mail alla sorella Francesca Maria: ‘Ad ogni modo è valido pure sui server (Moscow) americani quindi dubito che abbiano dato ad un’autorità italiana il privilegio di infettare macchine americane’”, scrive Il Fatto quotidiano. Ma è molto più esplicito per i non addetti ai lavori il messaggio che la sorella invia al fratello tramite Whatsapp: “Giulio ti prego di non coinvolgere mamma nei nostri problemi mi sembra che sia già abbastanza coinvolta e che ci sta aiutando più del dovuto“. E aggiunge: “stanotte non ha chiuso occhio”. Ma, prosegue con tranquillità: “a volte sono dei falsi allarmi“.


Passaggi che lasciano forti dubbi anche sul coinvolgimento e la consapevolezza della madre in merito alla vicenda e dicono molto sul tono delle sue dichiarazioni alla stampa. Quando la polizia si presenta alla porta a perquisire i computer, del resto, lui ha già bloccato l’accesso ai dati, mentre la sorella si fionda sul pc per fare lo stesso, subito dopo la richiesta di fornire la sua password.

“Non abbiamo mai rubato dati né svolto attività di spionaggio. Gli indirizzi mail sono pubblici e alla portata di tutti e non c’è alcuna prova di sottrazione di dati da parte nostra”. Così si sono difesi i due davanti al gip. Eppure molto altro non quadra e gli investigatori li accusano di aver attuato sistematicamente, dal 2011 al 2016, un attacco senza precedenti agli account di personaggi di alto rilievo della politica, delle istituzioni, della finanza, dell’industria e della Chiesa, attraverso un malware denominato EyePyramid utile a carpirne i dati intromettendosi nelle caselle di posta elettronica personali ed acquisendone così anche il controllo remoto. La prova sarebbe in un elenco di ben 18.327 username, 1793 delle quali corredate da password e catalogate in 122 categorie, riportate in un database chiamato InfoPyramid. Tra le cartelle, quella “Bros”, contenente gli account di posta elettronica relativi a 338 persone verosimilmente appartenenti alla massoneria, come il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Stefano Bisi. Tra gli indirizzi sotto attacco anche quelli dell’ex premier Matteo Renzi, dell’ex governatore di Bankitalia Mario Draghi, dell’ex ministro dell’Economia Saccomanni, dell’ex presidente del Consiglio Mario monti, dell’ex sindaco di Torino Piero Fassino, dell’ex portavoce del Pdl Paolo Bonaiuti, dell’ex ministro della Difesa Ignazio La Russa. Violati, inoltre, i siti istituzionali istruzione.it, gdf.it, bancaditalia.it, camera.it, senato.it, esteri.it, tesoro.it, finanze.it, interno.it, istat.it ma anche finmeccanica.com, fondiaria.sai.it, eni.it, enel.it, aceaspa.it.

Non è roba mia: i 18mila nickname nel mio pc chi mi dice che non me li abbiate messi voi con un malware violando la mia privacy”, ha affermato davanti al gip ancora Giulio Occhionero in merito ai dati trovati sul suo database. Al tempo stesso, però, per “questioni di privacy”, ha rifiutato di fornire al gip ed al pm Eugenio Albamonte le password d’accesso al server (ora oggetto di una rogatoria internazionale) nello stato americano del Minnesota utilizzato, secondo l’accusa, per conservare i dati di cui entrava in possesso. Dati che, come abbiamo anticipato, giungevano sul pc di Occhionero attraverso un malware che infettava i computer delle vittime riversandone i contenuti su alcuni indirizzi email riconducibili agli indagati. Quattro di questi indirizzi, peraltro, “risultavano essere già emersi nel luglio 2011 nel corso del procedimento della cosiddetta P4”, un sistema di intelligence parallelo venuto fuori 5 anni fa, che aveva portato al patteggiamento di una pena di un anno e sette mesi da parte di Luigi Bisignani, faccendiere classe ’53 che compariva già negli elenchi della P2 e ne risultava reclutatore. Finora, mai si era riusciti a risalire al reale utilizzatore del malware in questione, anche se gli indizi indicavano che a gestirlo fosse sempre la stessa persona.

Ecco perché, nella sua relazione di 47 pagine, il gip di Roma Maria Paola Tomaselli, avanza il sospetto che l’azione di spionaggio “non sia un’isolata iniziativa dei due fratelli ma che, al contrario, si collochi in un più ampio contesto dove più soggetti operano nel settore della politica e della finanza secondo le stesse modalità” per “interessi illeciti oscuri” Interessi oscuri che non sarebbero nuovi agli ambienti della massoneria, di cui Occhionero, come abbiamo detto, faceva parte, essendo membro della loggia “Paolo Ungari – Nicola Ricciotti Pensiero e Azione” di Roma, parte del Grande Oriente d’Italia.

Strano, peraltro, tornando alla difesa della madre dei due, che Giulio e Francesca Maria Occhionero – che tutti i giornali, all’indomani dell’arresto, hanno descritto come “noti personaggi dell’alta finanza capitolina”, domiciliati a Roma ma con residenza a Londra, riferimento di una società (la Westlands Securities) che opera a livello internazionale e della quale proprio la madre Marisa Ferrari risulta essere stata la prima finanziatrice con un capitale di 600mila euro ed una quota del 2% – vengano poi descritti come due che, quasi quasi, si arrangiano come possono e si fanno pagare la pizza dalla madre. Di certo non vengono da una famiglia qualunque, con la madre ordinaria a Roma, spesso negli Usa per lavoro (è qui che nasce la figlia, che ha infatti la cittadinanza statunitense) ed il padre – ora scomparso – anch’egli professore a Roma, matematico ed astronomo, membro della American Astronomic Society. La figlia Francesca Maria, a dispetto della Fiat 500, pare fosse in buoni rapporti con l’ex ambasciatore statunitense Mel Sembler, insieme al quale risulta anche ritratta in una foto. La stessa Westlands Securities, del resto, nella sua sede di piazza Navona, dal 2002 al 2006 risulta associata del Centro di studi americani, mentre l’attività statunitense sembra concentrarsi a Dover, laddove si trova anche la Dover Air Force Base: “la stessa dove, si dice, a bordo di un aereo della Cia, fu trasportato, nel 2012, il corpo di Osama Bin Laden”, osserva “Il Giornale” segnalando l’alta probabilità che dietro la spy story si celino proprio le spie americane. Capitale sociale da 20mila euro, ma sottoscritto oltre il milione e mezzo, la Westlands fa la spola fiscale tra Italia, Malta e Regno Unito, vanta crediti per milioni di euro negli Usa, ha un patrimonio da quasi 2 milioni di euro e ricavi stranamente in discesa. “Nata per lo sviluppo di strumenti quantitativi per la consulenza bancaria e finanziaria”, la società avrebbe già avuto a che fare con il governo americano in una consulenza offerta al governo “in un’operazione commerciale per la costruzione di infrastrutture nel porto di Taranto”, come ricorda il gip Tomaselli. Gli Usa, insomma, tornando spesso in questa vicenda e se si tratta soltanto di coincidenze, in una vicenda che di certo non può nascere per coincidenza considerate le dimensioni, staremo a vederlo.

Quel che è certo è che ai due vengono contestati i reati accesso abusivo a sistema informatico aggravato e intercettazione illecita di comunicazioni informatiche e telematiche, ma il gip ha esplicitamente prospettato la possibilità di contestare, “una volta dimostrata la segretezza di alcuni di essi e la loro pertinenza al settore politico e o militare già oggi altamente probabile”, i delitti contro lo Stato a cui ci si riferisce negli articoli 256 e 257 del Codice penale, che fa appunto riferimento alla ricerca di notizie riguardanti la sicurezza dello Stato e lo spionaggio politico e militare.

Giulio Occhionero, d’altra parte, ancora a dispetto dell’appartamento in affitto in periferia, è stato anche consigliere di Rogest srl, società collegata alla cooperativa “29 giugno” di Salvatore Buzzi, braccio economico del presunto capo di “Mafia Capitale” Massimo Carminati, di cui la sorella risulta addirittura esser stata presidente. Come si scrive in un curriculum, peraltro, dal 2001 Occhionero risulta unico membro esterno del Comitato investimenti della Monte dei Paschi di Siena: “All’inizio del decennio scorso, Giulio Occhionero era il family banker di riferimento della ricca comunità di americani a Roma”, ha scritto La Stampa. Non proprio uno qualunque, insomma.

Eppure, dopo il grande risalto dato alla vicenda sui giornali nelle ore immediate ai fatti, l’attenzione pare stiamo ora scemando troppo in fretta, quasi si tratti di uno scandalo come un altro, denotando più probabilmente la scarsa volontà di insistere nella ricerca giornalistica della verità e nel sottolineare la rilevanza politica dei fatti.

Unica conseguenza, finora, la rimozione da parte del capo della Polizia Gabrielli del direttore della polizia postale che ha condotto l’inchiesta, Roberto Di Legami. Secondo le indiscrezioni, infatti, Di Legami non avrebbe informato dell’inchiesta il capo della polizia e proprio questo avrebbe causato la rottura.

Emmanuel Raffaele

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