cacciariRoma, 20 nov – Uno dei grandi autori tedeschi del secolo scorso, Carl Schmitt, ha fissato in maniera indelebile alcuni concetti chiave del lessico politico. Tra questi spesso vengono citati la distinzione amico-nemico, l’idea di nomos e jus publicum europaeum, e infine la grande costruzione della teologia politica. Quest’ultima è una prospettiva sul Politico – inteso come dimensione operativa e storica delle “cose” politiche – che è stata indelebilmente segnata dal cattolicesimo romano. A partire da esso sovranità ed autorità hanno assunto una forma differente da quella conosciuta prima dell’Evo cristiano, fino a giungere all’idea del potere politico come katechon – potere frenante.

Precisamente attorno al problema riguardante questa dimensione della sovranità insiste il nuovo libro di Massimo Cacciari Il potere che frena (Adelphi, 210 p., 13,00€), che si rivela un utile strumento per comprendere l’attuale situazione di crisi dei poteri e di mutazione storica.

Il punto di partenza della riflessione è la Seconda lettera ai Tessalonicesi di san Paolo, dove l’apostolo chiama il potere temporale to katechon, ciò che trattiene l’irrompere dell’Anticristo, l’apocalisse che anticipa la venuta del Cristo e le Fine dei tempi. All’interno di questa concezione cristiana sono racchiuse una serie di problematiche e aporie che Cacciari s’impegna a sviscerare e chiarire nel corso delle pagine.

Di per sé la teologia politica deve essere concepita propriamente come una dottrina cristiana, legata al monoteismo e radicalmente condizionata dalle sue prospettive religiose. Per questo l’idea di un potere frenante è sin da principio ambigua e gravida di incoerenze. La distinzione tra potestas (temporale) e auctoritas (a-temporale) è netta e corrisponde al dualismo Impero – Chiesa, che non trova soluzione durevole e storicamente praticabile in nessun pensatore cattolico. Il cristiano sarà quindi cittadino di uno Stato di cui, fondamentalmente, non riconoscerà le leggi poiché è tenuto a rispondere unicamente a un’autorità non di questo mondo. Il katechon è accettato solo in funzione del farsi evento della Fine; il potere che frena ha quindi il compito di permettere alla vera Legge (nomos) di conservarsi, alla comunità dei cittadini futuri di prepararsi e purificarsi e, infine, di dare all’Anomia l’occasione di irrompere.

«Coloro che credono formano ora il corpo dei cives futuri, prefigurazione del paolino politeuma en ouranois, speranza certa della vera Pace della Gerusalemme celeste. Gli altri, i ‘pagani’, non sanno cosa sia vera città, vera cittadinanza – ‘reazionari’, incapaci di ascoltare la radicale novitas dell’Annuncio, resistono nel sopravvivere soltanto. […] La prima è la comunità della speranza, che nella fede ha fondamento, la seconda combatte per un fine disperato: che il Fine non vi sia!».

Nonostante tutto, Schmitt continuò a pensare che non si fosse ancora giunti alla fine della storia (lo ‘Stato mondiale’), che il circolo non fosse chiuso. Il katechon ha invece in sé la Fine stessa, raccoglie le energie che distruggeranno il suo stesso potere nel nome di un’autorità superiore. Nella misura in cui il potere politico si adegua alla vera auctoritas, il Politico è autentico katechon. Ma qui sorge il problema della sovranità. Solo una vera sovranità politica può trattenere l’anomia, ma non si da sovranità catecontica senza cedere una fetta di potere sovrano.

«Nel katechon confliggono finitezza del Politico e auctoritas spirituale, pazienza dell’attesa e idolatria dell’istituzione mondana, volontà di contenere e porre-in-forma il ‘sottosuolo’ sempre potenzialmente anarchico degli appetiti, dei bisogni, degli istinti, e insopprimibile nostalgia di santità. Ma nessun compromesso dialettico può riuscire tra queste dimensioni; né esse danno vita ad alcuna catholica concordia oppositorum».

Risulta quindi chiaro lo svuotamento del ruolo del Politico, il cui potere sovrano è accettato e legittimato solo in funzione del Fine. Alla luce delle numerose aporie rivelate dall’autore, della politica non restano che formalismi e schemi destinati a sgretolarsi nel sistema-globo, il regno dell’Anomia.

Seguendo il percorso tracciato da Ernst Jünger, Massimo Cacciari conclude la sua trattazione sostenendo che la fase apocalittica che prepara la conclusione dell’Evo è l’età di Epimeteo, Titano fratello di Prometeo, il quale si ostinerà ad aprire sempre nuovi vasi di Pandora, in una dimensione di crisi continue e di relativizzarsi di poteri (tenico, economico, politico) in lotta tra loro.

Come evidenziato da Giuseppe Duso nel suo fondamentale libro La logica del potere, Carl Schmitt pensa a fondo i concetti del Politico ma non li supera veramente. Ciononostante è bene tenere presente l’invito schmittiano a non comprendere situazioni nuove con vecchi concetti. Allora nell’affrontare questo interessante saggio bisognerà ricordare l’insegnamento nietzscheano secondo con cui non esistono i ‘fatti’, ma solo interpretazioni. E la teologia politica non è che una delle possibili, ed oggi ha esaurito il suo compito.

Francesco Boco

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