Poletti Renzi Jobs Act cocoproRoma, 21 feb – Ha preso forma, con l’approvazione nella giornata di ieri dei decreti attuativi da parte del Consiglio dei ministri, la riforma del lavoro più nota come Jobs Act. “Una giornata storica” secondo il premier Matteo Renzi, che rivendica la celerità dell’esecutivo: “Non pensavo di farcela in un anno”, ha spiegato.

La parte più corposa della riforma riguarda i contratti di lavoro. Viene in parte sfoltita la giungla di tipologie, mentre si ridefiniscono alcune forme storiche. A partire dal contratto a tempo indeterminato, che assume le cosiddette “tutele crescenti”: ai nuovi assunti a partire dal prossimo primo marzo, in caso di licenziamento ingiustificato, non si applicherà più la tutela reale della reintegra ma saranno solo indennizzati con un importo crescente con l’aumentare dell’anzianità di servizio. Il reintegro resta per i licenziamenti discriminatori e per quelli disciplinari, che nella realtà rappresentano una fattispecie del tutto residuale. Per i contratti a tempo determinato viene confermato l’attuale limite a 36 mesi (le prime bozze parlavano di riduzione a 24), con la possibilità di massimo cinque proroghe. Sono invece eliminati tout court, a partire dal 2016, le collaborazioni a progetto.

Vengono potenziati gli strumenti di sostegno alla disoccupazione e al reinserimento lavorativo. Per quanto riguarda il primo punto, con la nuova Aspi il lavoratore rimasto senza impiego godrà di un sostegno al reddito per un massimo di due anni, l’assegno non potrà superare i 1300 euro mensili e sarà decrescente a partire dal quarto mese di percezione dello stesso. Il ministro del lavoro Giuliano Poletti ha inoltre spinto sulle politiche attive: “Abbiamo introdotto il contratto di ricollocazione: un voucher da 7mila euro con quale ci si rivolge all’agenzia per trovare un nuovo posto di lavoro”, ha spiegato.

Una riforma ispirata al principio della flessicurezza sul modelli dei paesi nordici: in un’economia che punta ai servizi la specializzazione -che si forma in un rapporto duraturo e tutelato in una stessa realtà produttiva- non è più requisito essenziale. Ecco l’assenza di politiche industriali: non siamo più quell’economia manifatturiera che ci aveva portato ai vertici mondiali non più tardi di un quarto di secolo fa. E’così che il Jobs act prende mestamente atto dello stato dell’arte.

Filippo Burla

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