Roma, 5 apr – Ci risiamo. Da martedì mattina le cancellerie europee strepitano contro l’ipotetico bombardamento dell’aviazione di Damasco condotto contro obiettivi civili. Questa volta portato con armi chimiche. Addirittura, stando a testimonianze locali, con il gas sarin, un micidiale agente chimico. La risposta del governo siriano è stata molto semplice: sarebbe stato bombardato un deposito di armi dei ribelli jihadisti. Se poi in questo deposito c’erano armi chimiche, che hanno causato la morte di alcune decine di persone, fra cui almeno undici bambini, la responsabilità non può essere ascritta ad Assad, ma ai suoi oppositori. Niente, nemmeno una feroce e interminabile guerra civile, giustifica una strage di bambini, a maggior ragione se questa strage avviene a causa degli atroci dolori inflitti da un attacco chimico. Vanno tuttavia analizzati i fatti, ovvero le informazioni indiscutibili che riceviamo da quel martoriato angolo del mondo che risponde al nome di Siria.

Il primo fatto: le informazioni relative a questo bombardamento provengono da due fonti: la prima è l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, ovvero un’organizzazione di fatto composta da un solo uomo, che vive e che scrive da Londra, e che dal 2011 è apertamente schierata contro il governo di Bashar al Assad. La seconda fonte è quella dei White Helmets, ovvero l’organizzazione di soccorso messa in piedi da alcune bande militari che, in un modo o nell’altro, rispondono ad Al Qaeda. La quale, fino a prova contraria, è riconosciuta come l’organizzazione terroristica che avrebbe organizzato il peggiore attentato della storia americana, con i tremila morti delle Twin Towers. Il fatto che l’Occidente dia credibilità mediatica a quello che per un decennio ne è stato il nemico mortale dovrebbe far riflettere.

Il secondo fatto: le suddette bande militari che rispondono ad Al Qaeda hanno scatenato una feroce offensiva contro le posizioni governative a nord di Hama, importante città della Siria centrale, violando il cessate il fuoco in vigore dalla fine di dicembre, e approfittando dell’attenzione dell’esercito siriano su un altro quadrante, quello della lotta all’Isis. Le migliori unità fedeli ad Assad, fra cui la Forza Tigre, erano infatti dislocate ad est di Aleppo, con l’intenzione di congiungersi ai reparti delle Syrian Democratic Forces (SDF), a guida curda, per dare la spallata finale alle milizie dello Stato Islamico, asserragliate a Raqqa.

Il terzo fatto: dopo una notevole avanzata verso Hama, le bande jihadiste sono state fermate dall’esercito siriano e costrette a rinculare e a mettersi sulla difensiva, rischiando peraltro l’accerchiamento e il conseguente annientamento nel saliente che avevano creato a nord della città. La cittadina di Khan Sheikhoun, che sarebbe stata oggetto dell’attacco con armi chimiche, sta poco a nord del suddetto saliente, ed è pertanto ipotizzabile che sia uno snodo fondamentale nell’apparato militare – offensivo all’inizio, difensivo in seguito alla reazione dell’esercito – delle formazioni di Al Qaeda. In altre parole, un legittimo obiettivo militare, e un probabile quartier generale dei ribelli. E magari pure un deposito di armi.

È più che evidente che il governo siriano, che ha combattuto per anni contro un’opposizione apertamente sostenuta e finanziata dall’estero, e contro un’opinione pubblica mondiale debitamente istruita a ritenerlo come il male assoluto, non ha alcun interesse a mettersi in cattiva luce agli occhi dell’Occidente, proprio quando, avendo trovato un sostanziale alleato nelle milizie arabo-curde dell’SDF, sostenute apertamente da Washington, è pronto a dare la spallata finale agli estremisti islamici di varia estrazione, da Al Qaeda all’Isis. Pochi giorni fa, proprio le SDF, ovvero i beniamini dell’Occidente, dopo aver invitato esplicitamente – come riportato dal Primato Nazionale, prima di molte altre testate giornalistiche italiane – le truppe di Damasco a unirsi a loro nella lotta allo Stato Islamico, avevano dichiarato di volersi rivolgere contro le milizie di Ildib (quelle che controllano il territorio in cui si trova Khan Sheikhoun). Le quali, ed è un pensiero più che logico, avevano il disperato bisogno di trovare un escamotage per mettere in cattiva luce il principale nemico, il regime di Assad.

A questo punto, non è importante sapere se davvero le povere vittime di questo bombardamento siano davvero cadute a causa del gas nervino (e le immagini dei soccorritori che li assistono senza alcuna protezione, insieme al numero tutto sommato limitato di morti, lasciano più di qualche dubbio in merito), o se siano morte a causa dell’esplosione di qualche deposito di armi chimiche dei ribelli, ipotesi plausibile che nessuno però potrà confermare. Non è importante sapere che gli aerei usati nell’attacco – i Sukhoi Su22 – non possono utilizzare armi chimiche, e che le ispezioni internazionali hanno detto che la Siria non disponeva più di queste armi chimiche. La cosa importante, a questo punto, è chiedersi se sia logico che un governo, che per anni ha cercato di accreditarsi presso l’opinione pubblica mondiale come bastione contro il terrorismo jihadista, decida di uccidere dei bambini usando armi non convenzionali, proprio nel momento in cui le due superpotenze decidono di dargli credito, appoggiando di fatto la “reconquista” del territorio nazionale, e affidando al popolo siriano la scelta se tenersi Assad o se sbarazzarsene, come dichiarato dal Segretario di Stato USA, Rex Tillerson, pochi giorni fa. Ovvero la posizione tenuta, sin dal principio della guerra civile, dallo stesso presidente siriano. E magari anche se si possa basare il proprio sdegno sulle “testimonianze” dei nipotini di Osama Bin Laden.

Mattia Pase

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