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Roma, 13 nov – Da quando lo scorso 1° giugno 2018 il governo guidato da Giuseppe Conte ha prestato giuramento davanti al Presidente della Repubblica, esso ha incontrato notevoli ostacoli sia esterni (l’Unione Europea, la BCE) che interni (la Presidenza della Repubblica,  alcuni settori della magistratura e dell’alta burocrazia statale, il mondo dell’informazione) alla realizzazione del proprio programma.
In particolare, uno dei maggiori protagonisti del sordo ostruzionismo praticato contro l’azione governativa è stato il Presidente dell’Inps Tito Boeri, economista notoriamente legato al Partito Democratico e agli ambienti finanziari euro-globalisti.
L’Inps, ben lungi dall’essere un’autorità indipendente come ha farneticato qualcuno, è un ente strumentale del governo assoggettato alla vigilanza del ministero del Lavoro e delle politiche sociali, il che rende ancor più inaccettabile il comportamento del suo presidente.
Com’è noto, uno dei punti cardine del programma governativo è una riforma delle pensioni tesa all’introduzione della quota 100 (requisito per il diritto a pensione dato dalla somma tra l’età anagrafica e l’anzianità contributiva) e al conseguente superamento dei requisiti pensionistici del famigerato decreto Monti-Fornero del 6 dicembre 2011.
Da subito, Boeri ha attaccato pesantemente il governo in relazione alla sostenibilità finanziaria e all’opportunità politica dei punti fondamentali del contratto di governo (flat tax, reddito di cittadinanza, quota 100), sia agli effetti del c.d. Decreto dignità sul mercato del lavoro.
Anche l’altro punto caratterizzante della politica governativa, ovvero l’azione di contenimento degli sbarchi di migranti provenienti dall’Africa, portata avanti dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, è stata criticata dal Presidente dell’Inps.
A tale proposito, tralasciando l’evidente confusione tra immigrati regolari (anche questi, peraltro, poco convenienti per il sistema previdenziale italiano nel medio-lungo termine) e pseudo-rifugiati mantenuti a carico del contribuente italiano, contro ogni evidenza scientifica Boeri si è fatto portatore dell’indimostrabile e già da tempo confutata teoria degli immigrati “che ci pagheranno le pensioni”.
Del resto, Boeri sa bene che alla scadenza del suo mandato nel febbraio 2019, l’incarico non gli sarà sicuramente rinnovato: il governo, peraltro, sembra aver già individuato nell’economista Alberto Brambilla, classe 1950, di area leghista, il probabile successore.
Alla vigilia della sua uscita di scena, Boeri ha dunque deciso di congedarsi con un falso storico degno del romanzo distopico di George Orwell, 1984, in cui il Ministero della Verità del governo totalitario di Oceania si occupa di adeguare i documenti storici del passato alle esigenze della propaganda del presente: la retrodatazione della fondazione dell’Inps di ben 35 anni, dal 1933 al 1898, celebrata in convegni e pubblicazioni a cura dell’istituto previdenziale!
In un articolo del Fatto Quotidiano del 5 novembre 2018, significativamente intitolato “Boeri e la bufala dell’Inps fondato da Mussolini” è riportata la seguente dichiarazione: L’Inps non è nato durante il fascismo. Noi stiamo celebrando 120 anni di storia dell’Inps, un istituto nevralgico per il Paese che credo anche negli ultimi anni durante questa crisi così lunga e così difficile, ha tenuto insieme il tessuto sociale del Paese”.
In realtà il 17 luglio 1898, con legge n. 350, venne istituita una piccola Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai, che ben poco aveva a che fare con il colosso previdenziale poi realizzato da Mussolini. L’adesione a questo ente assicurativo era infatti puramente volontaria e con contributo totalmente a carico dei lavoratori, fatta eccezione per un esiguo contributo di incoraggiamento dello Stato. Qualcosa di più simile ai fondi di previdenza privati di oggi che a un ente previdenziale pubblico. Dopo vent’anni dalla sua fondazione, questa Cassa contava 700.000 aderenti volontari e solo 20.000 pensionati. Solo con decreto legge 21 aprile 1919 n. 603, il governo di Vittorio Emanuele Orlando introdusse l’obbligatorietà dell’assicurazione obbligatoria contro l’invalidità e la vecchiaia, ma questa norma rimase totalmente inattuata per mancanza di concreti provvedimenti attuativi.
Al momento del conferimento dell’incarico di presidente del Consiglio dei ministri a Benito Mussolini, il 30 ottobre 1922, tutto restava ancora da fare per la costituzione in Italia di una previdenza obbligatoria pubblica sul modello di quella introdotta in Germania da Bismarck nella penultima decade del secolo XIX. Subito dopo il suo insediamento, il nuovo governo fascista intraprese una vasta e organica opera di riforma sociale, che si contraddistinse per un approccio moderno e innovativo particolarmente nel campo previdenziale.
Poco più di quattro mesi dopo la sua entrata in carica, il governo di Benito Mussolini emanò il regio decreto legge 8 marzo 1923, n. 616, con il quale furono apportate modifiche al decreto emanato dell’aprile 1919 dal governo di Vittorio Emanuele Orlando. Nel frattempo, mentre il governo Mussolini introduceva con vari decreti legge il limite delle otto ore giornaliere di lavoro per gli impiegati e gli operai, l’assicurazione contro la disoccupazione involontaria, la tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli e  varie norme sull’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro, destinate poi a sfociare nel 1933 nella costituzione dell’Inail, il 30 dicembre 1923 venne emanata la prima legge organica, n. 3184, sull’assicurazione obbligatoria contro l’invalidità e la vecchiaia per le persone di ambo i sessi.
Questa legge rendeva “obbligatoria l’assicurazione contro la invalidità e la vecchiaia per le persone di ambo i sessi che hanno compiuta l’età di 15 anni e non superata quella di 65 e che prestano l’operra alle dipendenze di altri come operai e impiegati, anche saltuari, con il fine di garantire “l’assegnazione di pensione nel caso di invalidità al lavoro e nel caso di vecchiaia”, oltre a prevedere la concessione di un assegno ai superstiti “in caso di morte degli assicurati” e la prevenzione e cura dell’invalidità. Per la prima volta veniva imposto un contributo obbligatorio a carico del datore di lavoro, oltre che dell’assicurato, nonché un concorso finanziario dello Stato. La vecchia Cassa nazionale del 1898, che come si è visto era solo un organismo assicurativo facoltativo a pressocchè totale finanziamento privato, veniva trasformata in Cassa Nazionale per le assicurazioni sociali.
Durante il Ventennio fu realizzato un sistema assicurativo assai avanzato per il comparto dei dipendenti pubblici (in precedenza esisteva un’assicurazione pensionistica per i soli dipendenti statali): furono costituite l’ENPAS per gli statali e l’INADEL per i dipendenti degli enti locali, con compiti in materia di assicurazione sanitaria, prestazioni creditizie e sociali e trattamento di fine servizio, nonché le casse pensionistiche del Ministero del Tesoro per i dipendenti degli enti locali (CPDEL) della sanità (CPS) e degli ufficiali giudiziari (CPUG), oltre che per numerose categorie del settore privato.
Con decreto legge 27 marzo 1933, n. 371, la Cassa nazionale per le assicurazioni sociali veniva riorganizzata completamente nei suoi organi direttivi e nelle sue articolazioni centrali e periferiche e trasformata nell’Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale (INFPS), poi INPS dopo il 1943.
L’Istituto fu dotato di una monumentale sede centrale nel nuovo quartiere dell’EUR, oltre che di una capillare rete di strutture su tutto il territorio nazionale.
Negli anni successivi l’Istituto acquisì numerose altre competenze in materia di assegni familiari, indennità di disoccupazione, integrazioni salariali e assegni di maternità.
Con buona pace di Boeri, il cui maldestro e non riuscito tentativo di sminuire l’opera storica del governo fascista in campo sociale e previdenziale risulta assolutamente complementare all’opera di faziosa e incolta denigrazione di quel periodo storico, portata avanti dai caricaturali antifascisti fuori tempo massimo dell’Anpi e da buona parte della pseudo-cultura di sinistra, se l’Italia del secondo dopoguerra potè avvalersi di un moderno e articolato sistema previdenziale pubblico, questo lo si deve essenzialmente a quanto realizzato dal governo fascista dal 1923 in poi.
Carlo Altoviti





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3 Commenti

  1. leggevo che con la “protoprevidenza” di tal Boeri,nel 1920 i ventimila pensionati che la ricevevano erano a fronte di una popolazione italiana di circa 37 milioni di cittadini; non c’è che dire, una previdenza davvero “chirurgica” se non inesistente quasi del tutto.
    senza appello veramente questo Boeri;
    in attesa che qualcuno gli chiarisca che con l’attuale sistema previdenziale contributivo gli eroici stranieri si stanno semplicemente pagando la loro pensione futura,speriamo che almeno per Natale qualcuno gli porga in regalo un bel pallottoliere colorato.

  2. Mussolini come sappiamo era figlio di un fabbro e di una maestra,cioè della classe lavoratrice che lui volle tutelare e dargli dignità.Oggi le riforme delle pensioni vengono dettate dai banchieri,tramite i loro burattini,che si sono impossessati della creazione della moneta che spetterebbe allo stato e cioè al popolo italiano.Infatti bankitalia che Mussolini rese pubblica nel 1935 è privata al 95% dal 1992 quando furono privatizzate anche le banche pubbliche (sempre fatte da Mussolini). Non c’è dubbio che il Duce fu il piu’ grande politico che l’Italia abbia mai avuto ed anche il piu’ diffamato dagli ingrati o dagli ignoranti.L’unico suo errore fu di entrare in guerra in seguito alle provocazioni ed all’ isolamento in cui l’Italia era stata messa dalla finanza internazionale con le sanzioni del 1936,fatte subito dopo che lui aveva levato ai banchieri stranieri il monopolio del denaro

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