Roma 21 apr – La canzone romana o per meglio dire le canzoni romane coprono una vasta gamma di epoche, costumi, emozioni e temi. Certo, l’amore è quello centrale, ma considerando che parliamo di una città che più che un luogo fisico è un’idea la produzione artistica e la “colonna sonora” che ne è derivata è sterminata. Non aspettatevi solenni ed “aristocratici” Inni a Roma; quella che canta oggi, giorno del Natale che ricorda la fondazione del 753 a.C., è la Roma del popolo – delle sue donne, dei suoi registi, dei suoi comici e delle sue maschere. Tutto quello che si poteva dire della nostra Città è già stato detto, forse anche tutto ciò che si poteva cantare è stato cantato: resta sempre la speranza che gettare uno sguardo al passato dia un’ispirazione per il futuro, senza facili nostalgismi fatti di idee di romanità riciclate, in un concetto ben espresso dalla scena del Marchese del Grillo in cui il personaggio interpretato da Sordi dichiara che ai pittori romani bastava togliere due “pecore al tramonto” per non avere più idee. Ennio Flaiano disse che si può arrivare ad odiare Roma, “da quando è diventata l’enorme garage del ceto medio d’Italia”. Ma, ricorda lo sceneggiatore de La Dolce Vita, “Roma è inconoscibile, si rivela col tempo e non del tutto. Ha un’estrema riserva di mistero e ancora qualche oasi“. Non smettete di conoscere Roma, non smettete di cantare Roma – soprattutto non smettete di ascoltarla.

5) Alberto Griso, “E nun ce vojo sta”

Ad una certa parte della nostra politica e dei nostri “intellettuali” il popolo fa schifo, parliamoci chiaro. E’ bello solo quando si solleva contro i potenti, quando si smacchia dal peccato originale di essere “brutto, sporco e cattivo” insomma, quando per un attimo dimentica di essere incatenato al peccato originale della sopravvivenza. A “noi”, invece, il popolo piace e ci piace ascoltarlo – anche quando viene considerato “monnezza” (ovvero, trash). Questa canzone è la colonna sonora di Squadra Antifurto uno dei film del ciclo del Commissario Girardi che è, appunto, detto Er Monnezza. Il film è del 1976, piena epoca di contestatori, e vede la comparsa di Bombolo che poi sarà la spalla comica del “cubano romano” Tomas Milian per i film a venire. Alberto Griso, voce soul della “mala” romana, interpreta questo pezzo del mitico duo romano Guido e Maurizio de Angelis, ovveo gli Oliver Onions – quelli di Dune Buggy (e molto altro). Riprende una tematica cara alla canzone romana, quella dell’innamorato che, costretto in carcere, subisce il tradimento della donna che lasciato fuori e si produce in minacce, promesse, promesse di minacce. L’amore non è bello se non è litigarello, qua però si parla di cappa e spada da marciapiede. Griso ha una voce che i talent di oggi se la sognano – Aldo Donati, celebre tifoso laziale, bisserà il successo “di genere” con la sua E lassame perde per il film sempre der Monnezza, Squadra Antimafia. La musica, però, è  dei Goblin.

4) Claudio Villa / Gabriella Ferri, “Vecchia Roma”

Questa canzone, forse una delle più famose del “canzoniere” romano, è stata scritta negli anni trenta da Mario Ruccione. Tra altre “arie” da lui composte, ricordiamo La sagra di Giarabub , Camerata Richard, La canzone dei sommergibili, e un pezzo che è andato, all’epoca, in testa a tutte le hit parade. Forse lo avrete sentito nominare. Il titolo è Faccetta neraPer riallacciarci al tema del nostalgismo a tutti i costi che Roma sembra instillare nell’essere umano, questo testo è stato scritto in un’epoca che noi del ventunesimo secolo di certo assimiliamo ad una vecchia Roma per l’appunto, arcadica ed epica. Ruccione e i suoi coevi invece si commuovevano e spasimavano per una Roma ancora più antica – come un’infinita matrioska di perfezione ideale che va indietro nella notte dei tempi. La canzone è stata prima portata la successo dal Reuccio, despota illuminato della lirica capitolina, Claudio Villa. Poi, in maniera parimenti eccellente, è stata ripresa dalla controparte femminile del pop alla vaccinara, la nostra Venere di Hohle Fels, Gabriella Ferri. Il testo se la prende col modernismo, se la prende con la fascinazione dell’estero e, soprattutto, col femminismo ante litteram: le donne che vanno ai comizi e chiedono il divorzio sono le prime “terroriste” di un passato esemplare che va via via sparendo – come la Nannaré  cantata sempre dalla Ferri che ora si fa chiamare “Nellì”.

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3) Ornella Vanoni / Gabriella Ferri, “Le mantellate”

A proposito di canzoni della mala  e di carcere, grande filone della musica romanesca (dal già citato “contemporaneo” Griso, a Come te posso amà anche detta “Canto dei carcerati” che parla del carcere di San Michele a Ripa – penitenziario in realtà minorile e femminile, poi riformatorio sino agli anni settanta) poteva forse mancare una voce di donna all’elenco? Certo che no. Ma la storia di questa canzone è a dir poco straordinaria. Tanto per cominciare, è diventata tradizionale – non lo è nata. E’, infatti, stata scritta nel 1959 dai milanesi Giorgio Strehler e Fiorenzo Carpi per  la milanese chanteuse Ornella Vanoni. In breve, questo canto sofferente di una donna che parla della sua prigionia con le Mantellate (le suore) che fanno da carceriere è diventata parte integrante del repertorio di tutti cantanti romani, da Lando Fiorini all’immancabile Gabriella Ferri che immediatamente, nel suo album d’esordio del 1966 la fece “sua” – come tutto il resto delle canzoni di Roma.

2) Interpreti vari, “Barcarolo romano”

Per parlare di Barcarolo romano bisogna parlare di Romolo Balzani. Già il nome di Balzani è evocativo e simbolico – pure “mezzo” mistico. E’ difficile pensare a qualcuno che sia cittadino romano più di lui: nato nel rione di Sant’Eustachio da un vetturino e da mamma trasteverina, nuotatore di “fiume” (ovvero del Tevere che avrebbe cantato nel pezzo preso ad esempio), grande voce da palco e da osteria. Balzani debutta nel firmamento musicale romano nel 1926 con la stupenda L’Eco der core – qui in un’interpretazione gloriosa di Villa, (il nostro King, con tutto il rispetto per Elvis): vinse il festival della canzone per la  Sagra dell’Uva di Marino il festival di San Giovanni. E se queste competizioni canore non vi dicono nulla è perché forse veramente quella Roma non esiste più. Poi arriva nel 1929 Barcarolo romano, scritta da Pio Pizzicaria (l’autore di Monologhi Romaneschi, il Fattaccio La Passatella). Parliamoci chiaro, Barcarolo è una canzone triste, dal finale shakesperiano. Il protagonista è il fiume, quel Tevere prima affatato e poi bojaccia che vede prima nascere un amore e poi lo vede morire. Eppure riesce ad essere un testo malinconico, sognante e non accorato: non è una sceneggiata, sebbene all’epoca andassero di moda. Riesce ad essere attuale anche se di barcaroli, sul fiume di Roma, ormai non se ne vedono più. Dopo Balzani tutto il pantheon della musica romana l’ha interpretata: Villa, Ferri, Fiorini, Proietti.

1 Ettore Petrolini / Nino Manfredi, “Tanto pe’ cantà”

Cos’è Petrolini? Ma Petrolini è tutto. E’ il “roscetto di Monti”, colui che, con ogni probabilità, ha inventato la moderna comicità – non solo quella romana, quella italiana. Intelligente, lesto alla battuta, con la sua sorniona voce nasale, Ettore Petrolini non ha mai perso in smalto. Banalmente, non ha mai smesso di far ridere. E quando c’è voglia di ridere non c’è cuore spezzato che tenga. Tanto pe’ cantà è del 1932: Sembra una canzone da giovinastri spensierati che cercano di dimenticare le bugie del “primo amore”: in realtà, Petrolini la scrisse quando era già costretto a casa dall’angina pectoris che se lo portò via ad appena cinquanta anni nel 1936. Diventata subito un pezzo forte del canone romanesco” e della sua ironia fa la sua forza vitale. Oltre all’innegabile orecchiabilità: già grande successo negli anni trenta, Manfredi (ciociaro d’origine e romano d’eccellenza) la riprende per il festival di Sanremo del 1970. Di nuovo, un successo al fulmicotone. Tanto pe’ cantà, scado nell’autobiografico, l’hanno cantata i miei nonni, poi i miei genitori, l’ho cantata io: speriamo la cantino anche i miei figli. Se non è Tradizione questa.

Ilaria Paoletti

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