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Roma, 19 lug – “Non mi pento, a me non piegheranno. Io non voglio chiedere niente a nessuno. Possono darmi 3000 anni no 30 anni”. Si è rivolto così Totò Riina alla moglie Antonietta Bagarella in un colloquio video-registrato lo scorso 27 febbraio. Secondo i giudici è particolarmente “degno di nota” il fatto che Riina asserisca che “non si piegherà e non si pentirà mai”. Ed è “altrettanto significativo” il passaggio durante il quale i coniugi, secondo i magistrati: “giungono ad affermare che i collaboratori di giustizia vengono pagati per dire il falso”.

Il tribunale di sorveglianza di Bologna ha rigettato la richiesta di differimento pena o, in subordine, di detenzione domiciliare presentata dai suoi legali. Riina resta quindi detenuto al 41bis nel reparto riservato ai carcerati dell’ospedale di Parma. “Non potrebbe ricevere cure e assistenza migliori in altro reparto ospedaliero ossia nel luogo in cui ha chiesto di fruire della detenzione domiciliare”. Lo scrivono i giudici del tribunale di Sorveglianza di Bologna, riguardo alle condizioni di salute del boss di Cosa Nostra, per spiegare l’ordinanza con cui vengono rigettate le istanze di differimento della pena. Per i magistrati è “palese l’assoluta tutela del diritto alla salute sia fisica che psichica del detenuto”.

Sempre nell’ordinanza i giudici specificano che Salvatore Riina appare “ancora in grado di intervenire nelle logiche di Cosa Nostra”, nonostante condizioni di salute e l’età ormai avanzata, di conseguenza “va ritenuta l’attualità della sua pericolosità sociale”. Nell’ordinanza del tribunale di Sorveglianza di Bologna viene inoltre precisato che “la lucidità palesata (da Riina ndr.)” e “la tipologia dei delitti commessi in passato (di cui è stato spesso il mandante e non l’esecutore materiale), fanno sì che non si possa ritenere che le condizioni di salute complessivamente considerate, anche congiuntamente all’età, siano tali da ridurre del tutto il pericolo che lo stesso possa commettere ulteriori gravi delitti (anche della stessa indole di quelli per cui è stato condannato)”.

Eugenio Palazzini

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