Aridatece Jeeg Robot: i Fantastici (romanacci) Quattro made in Mainetti, ossia Freaks Out, non sono all’altezza del meraviglioso esordio del regista romano. Forse perché qui – con fior fiore di milioni – l’autore di Lo chiamavano Jeeg Robot (2015) ha voluto strafare. Stracopiando qua e là – ma questo ci può pure stare -, strainfarcendo una trama in verità molto esile di effettoni speciali con tanto di sequenze in stile Marvel, strapostproducendo il tutto come in un disco pop mainstream. Il risultato? Certamente uno spettacolo visivo notevole, con musiche pazzesche – tra poco vedremo perché – un sonoro curatissimo (una rarità nel cinema italiano), cast azzeccatissimo. Ma alla fin fine resta quel retrogusto di “era meglio il primo film”.



Mainetti è il più matto ma con Freaks Out ha voluto strafare

Mainetti viene dai fumetti – la rima è voluta – e si vede (e ci sta bene). E’ un regista gggiovane, scoppiettante – il più matto, diremmo qui a Roma – e assieme al fidato sceneggiatore Nicola Guaglianone, confermato anche per questo Freaks Out ora in sala, sa raccontare bene sul grande schermo. Ma alla sua seconda prova – con una produzione milionaria all’altezza delle ambizioni – si perde un poco. Per una serie di motivi. Il film è derivativo, imitativo – al di là del titolo che rimanda al cult di Tod Browning Freaks (1932), popolato di mostri circensi, i cosiddetti “fenomeni da baraccone” – i critici che lo amano potranno dire che è un tributo. A Fellini, a Tim Burton, persino a Tarantino (Bastardi senza gloria). Ma nel suo “giocare” con la Seconda guerra mondiale, le deportazioni degli ebrei e i nazisti super cattivi, paga pegno anche a Train de vie (da cui ha scopiazzato Benigni) e a tutto quel filone un po’ zingaro, un po’ fricchettone (appunto). Questo mix di tributi a registi onirici e sopra le righe è diluito in una serie di battute in romanesco, come a bagnarlo di realismo (sempre perché siamo nella Roma del 1943, con tanto di rastrellamento del ghetto, che se non ce lo metti poi non scatta la standing ovation o la Loren che urla “Robertooo!” alla notte degli Oscar).

I Fantastici Quattro de Roma

I quattro protagonisti, all’inizio sono guidati dall’ebreo Israel (Giorgio Tirabassi) che poi sparisce e tutti pensano che sia scappato con i soldi -, sono quattro freak che non sanno vivere fuori dal circo. E che fuori dal circo sono considerati dei mostri. I quattro sono Matilde, che accende le lampadine mettendosele in bocca e fulmina chiunque la tocchi (Aurora Giovinazzo), Cencio, un albino capace di controllare tutti gli insetti (Pietro Castellitto), Fulvio, una specie di canuomo (Mel Brooks docet) dotato di forza sovrumana (Claudio Santamaria) e Mario, un nano ovviamente superdotato con la capacità di attrarre a sé qualunque oggetto metallico (Giancarlo Martini). Tra battute e siparietti molto romaneschi i quattro vanno appunto a Roma alla ricerca di Israel. E si imbattono nella Storia.

Franz, il nazista pazzo è il personaggio più riuscito del film

Qui ovviamente la Storia è distorta in modo fumettistico, con esagerazioni di per sé incredibili. Ma da subito salta agli occhi la “ciccia” della storia: il Zirkus Berlin di Franz, il nazista pazzo che vede il futuro sotto etere e disegna cose come il telefono cellulare e il pad per giocare alla Playstation. Lui è il freak più fico di tutti: ha sei dita per mano e suona divinamente il pianoforte. E siccome quando si droga vede il futuro, suona i Radiohead e i Guns’N’Roses. Le sue performance, in un tripudio di svastiche e soli neri di ogni dimensione e fattura, così come le sue mise – tra cui spicca la tuta Adidas nera con strisce bianche e ovviamente svastica sul petto – sono godibilissime. Il suo personaggio, grazie alla mostruosa (qui nel senso di notevolissima) interpretazione del tedesco Franz Rogowski, è il più riuscito di tutto il film. Certo, non è lo Zingaro di Lo chiamavano Jeeg Robot, ma è un super villain di tutto rispetto.

La sequenza bellica notturna è fatta male

Franz vuole i Fantastici Quattro de Roma per creare un esercito di super uomini per vincere la guerra. Un classico da Nazi exploitation, insomma. Ma le cose non andranno secondo i suoi piani. Tutto questo per arrivare all’ultima parte del film, la meno riuscita. Sì, perché – al netto dei critici che salvano la pellicola dicendo che forse andava soltanto tagliata la parte finale – Mainetti qui vuole prendersi sul serio e fare cinema seriamente bellico. Risultato? Un casino totale. Sequenza di combattimento notturna dove non si capisce dove stanno posizionati i buoni e i cattivi, chi spara a chi, con esplosioni à gogo, ed effettoni visivi che non fanno che aumentare il caos alimentato dalle riprese. Il tutto culmina nella scena-madre à la Marvel davvero eccessiva. Certo, serve a riportare gli spettatori alla realtà: quella della favola, della graphic novel, insomma. Ma è troppo pure per un film che vuole sembrare poco italiano e molto internazionale.

Quei partigiani-storpi che cantano Bella Ciao

La parte finale del film, davvero troppo lunga, stona con il ritmo dei piccoli quadri “mostruosi”, curatissimi nella messa in scena, nei suoni e nelle luci. Sequenze ben realizzate e splendidamente alternate, con i trip di Franz e i classici esperimenti da nazisti sui prigionieri. Una battaglia di notte, seppure “alleggerita” dai partigiani-storpi (tutti sono freak nel film) che usano mega mazzafionde per colpire i nemici, è difficile da girare di suo. E proprio qui cascano i critici schierati che invece si esaltano per la presunta riuscita della battaglia finale, degna di una produzione internazionale. In verità l’interminabile ultima parte è un po’ too much, come dicono i giovanissimi. I partigiani poi, guidati da un Gobbo del Quarticciolo rivisitato (Max Mazzotta) cantano pure Bella Ciao, tanto per far fomentare le generazioni di pischelli ignoranti che pensano sia davvero un canto della resistenza. Ma questo è un peccato veniale, rispetto al voler fare un film-favola che poi si trasforma (male) in un film de guera.

Adolfo Spezzaferro

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