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Schermata 2016-04-22 alle 17.24.09Roma, 22 apr – Condurre una battaglia affinché le donne che raggiungano delle cariche istituzionali possano ottenere il “diritto” di “rivendicare il proprio ruolo al femminile”, anche sfidando l’evidente cacofonia di sostantivi quali “sindache” o “prefette”. L’ennesima, inutile, quanto ideologica, presa di posizione di Laura Boldrini. O almeno così dovrebbe suonare alle persone dotate di sanità mentale. Roba di cui ridere sui social network, come accade sulla pagina “Commenti Memorabili”, dove viene riportata la risposta dell’utente “Matteo Montevecchi”, che al tweet boldriniano in cui si invitano le donne a rivendicare il proprio ruolo facendosi chiamare “sindache, consigliere, prefette o magistrate” risponde ironicamente “E al pilotO, camionistO, elettricistO, austronautO, dentistO, pediatrO che gli diciamo? Di essere entusiastO?”. Eppure c’è poco da ridere, la Boldrini fa sul serio, tanto da organizzare ieri un convegno a Montecitorio dal titolo “Stati Generali al femminile – Come cambia il potere grazie alle donne”. Il punto forte dell’incontro sembra essere proprio stata la questione linguistica. “Non capisco perchè nascondersi dietro il maschile quando si raggiungono posizioni di vertice, il linguaggio denota la struttura di potere, farsi chiamare come se fossi un uomo è arrendersi, vuol dire abdicare a riaffermare con orgoglio un percorso”.

La Boldrini aggiunge poi: “Tutti gli atti parlamentari devono avere una declinazione di genere, io non sono signor presidente, e se un deputato mi chiama così allora lui sarà signora deputata. È bello sentirsi dire sindaca, assessora, consigliera, ministra. Non accettiamo la mascolinizzazione nei ruoli di vertici, riconosciamo alle donne quello che è delle donne”. Sembra l’asilo, invece è Montecitorio. E come se non bastasse il presidente (ops, la presidenta o presidentessa o come cavolo si dice, ndr) della Camera incassa un endorsement importante: “In questo la Crusca ci viene incontro: tutti i ruoli vanno declinati al femminile, chi non lo fa commette un errore”. E così dopo l’affaire “petaloso”, l’Accademia della Crusca si mostra ancora una volta al fianco di chi tenta di destrutturare la lingua italiana. Su Twitter entra direttamente in polemica con Il Primato Nazionale: noi avevamo chiamato in causa l’Accademia proprio in virtù del tweet di Laura Boldrini, pensando di trovare una risposta negativa. Invece l’Accademia della Crusca ci ha prontamente risposto che “da molti anni la Crusca promuove l’uso dei nomi professionali al femminile“.

Scambio di tweet tra noi e l'Accademia della Crusca
Scambio di tweet tra noi e l’Accademia della Crusca

Viene da chiedersi come mai un istituto fondato nel lontanissimo 1583, che “nei suoi oltre quattro secoli di attività si è sempre distinto per lo strenuo impegno a mantenere “pura” la lingua italiana originale“, che nel periodo recenti si è prodigato per la lotta agli anglicismi e per battaglie come il contrasto all’utilizzo del “piuttosto che” in sostituzione della disgiuntiva “o”, ora apra così facilmente la porta al femminismo linguistico di Laura Boldrini. La risposta risiede probabilmente proprio in uno dei link che l’Accademia della Crusca ha fornito in risposta alle domande de Il Primato Nazionale. Nel 2008 infatti ci fu un cambio al vertice dell’Accademia, allo storico linguista Francesco Sabatini subentrò Nicoletta Maraschio, la prima donna alla guida della Crusca in oltre 400 anni. Lei stessa enfatizzò molto il fatto di essere “la prima donna al vertice” e proprio nel suo discorso di insediamento sottolineò il fatto che fosse corretto chiamarla “la presidente”. E’ stata dunque lei l’anticipatrice delle tesi boldriniane, sottolineando nei suoi interventi come fosse necessario adeguare il linguaggio “al nuovo ruolo della donna nella società”. E’ sempre la Crusca sotto la sua guida a parlare di “sessismo nella lingua italiana“.

Ecco forse anche spiegata l’accettazione del termine “petaloso” su richiesta della maestrina (di sinistra). Ecco dove le castronerie della Boldrini trovano una certa legittimità. Purtroppo l’attacco al linguaggio, anche se avolte suscita in molti di noi risate e  risposte ironiche, non va sottovalutato, è anch’esso un’arma del pensiero unico. Pensiamo a termini come “migrante” o “femminicidio”, a come si siano imposti nella lingua italiana negli ultimi anni. Perdere le parole significa perdere i concetti (pensiamo all’imbarbarimento della nostra lingua che va di pari passo con l’accoglienza di termini stranieri), affermare nuove parole significa affermare nuovi concetti, nuovi modelli. Imporli, con la forza del linguaggio. E pensare che meno di un secolo fa a rinnovare la lingua italiana c’erano personaggi come Gabriele D’Annunzio, che reintroduceva il latino attualizzandolo e affermava parole nuove che ancora oggi utilizziamo come Tramezzino o Velivolo. Oggi, in quest’epoca buia, ci toccano i deliri della Boldrini e della Maraschio.

Davide Di Stefano

7 Commenti

  1. se non avesse ricevuto calci in culo in quantità industriale, al massimo avrebbe potuto fare la spazzina ; con tutto il rispetto per gli spazzini.

  2. Ma non erano già soddisfatte le femministoidi che si chiama Accademia della Crusca anzichè del Crusco????

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