Roma, 21 ott – “La sconfitta del centrodestra richiede una nuova strategia, semmai ce ne fosse stata una”: parola dell’ammiraglio (ris) Nicola De Felice, con il quale abbiamo fatto il punto dopo la debacle di Lega-FdI-FI alle amministrative. Certo, non è cosa facile, “l’elaborazione di una strategia politica, al pari di quella militare, è complessa e risente di una molteplicità di fattori – sottolinea De Felice, esperto di strategia di sicurezza nazionale -: ideologie, cultura, geografia, sviluppo tecnologico, storia, religione, organizzazione dei partiti”. Ma senza strategia il centrodestra non va da nessuna parte.



Salvini e la Meloni dicono che hanno imparato la lezione. Ma cosa serve al centrodestra per vincere?

“Serve una valutazione politica degli interessi nazionali che individui degli obiettivi generali, da perseguire attraverso una ‘grande strategia’. Da collocare a monte delle strategie dei singoli partiti. Il risultato politico di questa ‘grande strategia’ deve essere il raggiungimento di una situazione favorevole e duratura”.

Di quale situazione favorevole e duratura stiamo parlando?

“Stiamo parlando della direzione politica della nazione, ottenuta attraverso la vittoria alle urne o come risultato di altre forme di effetti e di influenze, forme che il centrosinistra normalmente utilizza. Coerentemente agli obiettivi della ‘grande strategia’ – come il rilancio del lavoro e della natalità, lotta alle tasse, controllo dell’immigrazione e dell’emigrazione, tutela dei poveri e degli impoveriti, rilancio della ricerca, indipendenza energetica, sicurezza globale, egemonia nel Mediterraneo, confederazione degli Stati europei – la politica del centrodestra deve stabilire i lineamenti organizzativi e capacitivi delle proprie forze necessari ad assicurare che queste ultime siano in grado di assolvere i compiti assegnati”.

Quali sono questi compiti?

“Il metodo di scelta dei candidati, le competenze nei settori richiesti e via dicendo. La strategia ottimizza i mezzi e i modi necessari per il raggiungimento dei fini stabiliti dalla politica. E tiene conto dell’ambiente di riferimento e delle potenziali ‘minacce’ in esso concretizzabili (antifascismo, caso Morisi, per esempio). Qualsiasi strategia di partito non può prescindere dagli obiettivi definiti dalla strategia di livello superiore. In fase di apprezzamento della situazione (che siano elezioni amministrative, politiche o europee), il livello superiore definisce i lineamenti della politica. Sulla base dei quali ciascun partito elabora specifiche strategie”.

E dopo fatto questo?

“La fase successiva è quella nella quale i partiti conseguentemente elaborano, in una campagna elettorale, i criteri di abbinamento delle risorse umane e materiali disponibili. Concordano i lineamenti qualitativi e quantitativi dei contributi delle rispettive componenti ed i meccanismi di reciproca interazione e integrazione. Avviano la sincronizzazione tra gli obiettivi strategici, le linee di indirizzo, la combinazione degli effetti auspicabili, i livelli di gestione della strategia sul campo, distinguibili in strategico, operativo e tattico”.

Sembra di stare a sentire un piano militare…

“Vede, il potere del centrodestra si deve identificare nelle sue capacità di influenzare gli altri attori presenti nell’arena, avversari, media o elettori che siano. I meccanismi di influenza possono prevedere il ricorso a differenti strumenti. Tralasciando l’hard power poiché riferito all’impiego di mezzi coercitivi, punterei sul soft power, in quanto l’esercizio di tale tipo di potere è ideologico e culturale. Il soft power è associato alla posizione e credibilità all’interno della comunità, alla sua capacità di trasmettere valori positivi e raggiungere fini politici attraverso la comunicazione, l’abilità diplomatica, la cultura e la sostanza dei comportamenti”.

In che senso?

“Sto parlando dell’idonea combinazione delle capacità di affascinare i potenziali alleati per influenzarli e portarli alla condivisione dei propri obiettivi. Così come gli elettori, soprattutto quelli indecisi, quelli che non vanno a votare o quelli esclusi dai risultati del primo turno”.

Adolfo Spezzaferro

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4 Commenti

  1. Sicuramente… ma se non si evidenziano e non si calmierano/tagliano i rifornimenti di chi che se ne approfitta in modo non propriamente soft, abbiamo voglia a fare ed aspettare.

  2. L’analisi mi sembra perfetta, in poche parole serve la gente giusta quella decisa, non i pappamolle che ci sono, in pratica serve coraggio.

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