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alitalia-crisiRoma, 5 dic – Piano industriale rivisto, nessun pareggio di bilancio all’orizzonte, quasi 1500 dipendenti a rischio, taglio delle rotte nazionali. E per fortuna che “malgrado i bilanci siano peggiori del previsto, non mi hanno parlato di esuberi ma di un piano di rilancio”, aveva spiegato pochi giorni fa il ministro dei Trasporti, Graziano Del Rio. Forse porta scalogna come il suo superiore, fatto sta che Alitalia è di nuovo in crisi. L’ennesima di un dramma tragicomico che si porta avanti da più di un decennio.

Non sono serviti i soldi e gli uomini del golfo, segno che i capitali esotici, specie se a caccia di occasioni, non sono il cavaliere bianco capace di risolvere le difficoltà da un giorno all’altro. E così Cramer Bell, amministratore delegato nominato dal Etihad, ha dovuto gettare la spugna: niente utile entro il 2017, nella migliore delle ipotesi si andrà al 2021. Quattro anni di ritardo, un errore che in qualsiasi società costerebbe  la testa a buona parte della dirigenza, ma non nel caso dell’Alitalia privatizzata e svenduta allo straniero senza farsi troppi problemi. Dove sono le rotte intercontinentali sulle quali puntare per battere la concorrenza delle varie Ryanair ed EasyJet sulle nazionali ed europee ormai da anni non più redditizie? Dove sono i nuovi aerei necessari per offrirle? Dove sono gli investimenti? Qualcosa si è visto, ma non abbastanza per poter avere di nuovo un vettore capace di attrarre flussi in Italia o, al più, fare da “alimentatore” per l’hub di Abu Dhabi del socio forte.

Da parte sua, peraltro, Etihad è bloccata: oltre il 49% del capitale non può salire, pena il ritiro della licenza ad Alitalia viste le norme europee insolitamente protezioniste (almeno per una volta) che impediscono ad un soggetto non residente di controllare la maggioranza dei diritti di voto in una compagnia aerea. Il problema, a questo punto, è che senza nuove iniezioni di fresca liquidità saremo di nuovo punto e a capo. A meno che, gettato fuori dalla porta, non rientri dalla finestra il deus ex machina che nessuno vuole ma tutti invocano quando il gioco sfugge di mano: lo Stato. In realtà ha già messo un piede dentro, da tempo, con Poste Italiane che dopo gli emiratini è il secondo azionista, ma a questo punto servirebbe qualcuno decisamente più “di peso”, finanziario o industriale. I nomi che si fanno sono i soliti: Cassa Depositi e Prestiti e Ferrovie, con la prima che però ha un vincolo di mandato a non investire in aziende in perdita e la seconda alle prese con la quotazione in borsa prossima ventura. Due problemi tuttavia non insormontabili, il primo con il già paventato “spacchettamento” di Alitalia in due diversi soggetti – uno redditizio sul campo internazionale, un altro a giocare al gatto col topo sulle tratte locali contro le low cost – il secondo con il rinvio dello sbarco in borsa.

Qualora non dovesse funzionare c’è sempre pronta Lufthansa che, in buon stile mercantilista tedesco dei tempi contemporanei, guarda oltrefrontiera non solo per invadere le piazze altrui ma anche per comprare a prezzi di saldo. Dove non sono riusciti i cannibali franco-olandesi di Air France – Klm, protagonisti del periodo più nero nella storia di Alitalia, passata la sbornia da petrodollari potrebbe essere il turno di Berlino per continuare a banchettare sulle spoglie della fu compagnia di bandiera.

Filippo Burla

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