Seconda e ultima puntata dell’inchiesta sul debito pubblico italiano. La precedente puntata:

Roma, 20 ago – Nell’anno del fallimento di Lehman Brothers e dell’inizio della più devastante crisi economica della nostra storia, il rapporto debito pubblico / Pil italiano era al 106,09%, per poi superare in pochi anni il 130%. La crisi ebbe origine nell’espansione abnorme del mercato dei derivati, dei mutui immobiliari e della finanza speculativa privata, ormai affrancata dai vincoli che sotto il regime dell’abrogato “Glass-Steagall Act” americano e della legge bancaria italiana del 1936, vietavano l’esercizio congiunto dell’attività bancaria di deposito e risparmio da un lato e di speculazione finanziaria dall’altro. Immancabile fu il conseguente contagio nei confronti della finanza pubblica, indotto da un triplice ordine di fattori: la decisione dei governi occidentali e del Giappone di impiegare, a spese dei contribuenti, l’enorme somma di 30.000 miliardi di dollari per il salvataggio delle banche private; l’effetto spread sui titoli di Stato nei paesi periferici dell’eurozona, in conseguenza del cosiddetto “ciclo di Frenkel” generatosi a seguito dei differenziali inflattivi interni all’area valutaria non ottimale dell’Eurozona; i contraccolpi negativi delle politiche di austerità, con conseguente riduzione del Pil, della base imponibile e del gettito fiscale.

Si osservi per inciso che mentre ai governi è preclusa ogni forma di spesa a deficit, in nome del controllo dell’inflazione e della stabilità dei prezzi, sull’altare del salvataggio delle banche – anche e soprattutto a seguito delle politiche di “quantitative easing” portate avanti dalla Banca centrale europea negli ultimi anni e dei salvataggi bancari a fondo perduto e senza contropartita per lo Stato, in cui si è distinto il governo italiano – si bruciano somme pari a diverse volte il valore del Pil di una grande nazione industriale, attingendo a piene mani al serbatoio del debito pubblico senza che peraltro questo comporti spirali inflattive di sorta. Ed è opportuno rammentare che il controllo dell’inflazione fu il pretesto usato per il divorzio Tesoro – Banca d’Italia nel 1981, benché fosse già allora chiaro che non è l’offerta di moneta a generare inflazione, almeno nella misura in cui l’incremento della base monetaria va a finanziare spese di investimento e a movimentare risorse economiche reali non utilizzate, ma è la crescita dei prezzi dovuta a fattori esogeni (negli anni ’70, lo shock petrolifero del 1973 e la nuova politica dell’Opec) a generare una crescita della base monetaria. Senza tenere conto che un’inflazione non elevata, ma più alta di quella attuale consente allo Stato di finanziarsi in regime di repressione finanziaria, ovvero a un tasso più basso di quello di inflazione.

Occorre prendere coscienza, come cittadini e come Nazione, che tutti i giudizi sommari e incompetenti sulla storia economica italiana recente sono completamente smentiti dai reali dati storici e dalle statistiche macroeconomiche. Dalla fondazione della Repubblica al Trattato di Maastricht, l’Italia fu per quasi cinquant’anni il primo Stato al mondo per crescita economica, diventando negli anni Ottanta la quinta potenza economica mondiale per Prodotto interno lordo in valori assoluti. Ciò avvenne grazie alla proficua sinergia tra l’iniziativa imprenditoriale privata e gli investimenti pubblici nelle industrie a partecipazione statale, nelle grandi infrastrutture nazionali e nello stato sociale. Ma la chiave di volta del miracolo italiano fu il pieno controllo della leva monetaria e della Banca d’Italia da parte del ministero del Tesoro, nel quadro della normativa dettata dalla legge bancaria del 1936.  Un sistema destinato a sgretolarsi nel trentennio successivo alla famosa lettera di Andreatta del 1981, con i drammatici risultati che oggi noi constatiamo.

Luca Cancelliere

3 Commenti

  1. Lucida esposizione della realtà dei fatti, ma aggiungerei: successivamente alla privatizzazione della BdI, in che casseforti transitarono i titoli del debito pubblico, formalmente appartenenti alla Nazione?

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